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Opinioni e commenti
 

La Lega dopo i barconi “respinge” le sentenze della Corte Europea
Pubblicato il 24-02-2012


 

«Non capisco perché altri paesi europei come la Spagna adottino questi respingimenti e nessuno si lamenti, mentre quando è l’Italia a farlo si viene condannati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo». Come dire se il mio vicino di casa infrange una regola perché non posso farlo anch’io? Peccato che la deputata leghista Carolina Lussana, sentita in esclusiva dall’Avanti! on line, pur difendendo a spada tratta le posizioni espresse dall’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ha parlato oggi di una “sentenza politica” e che i respingimenti del 2009 erano in piena regola perché compresi negli accordi bilatetari, non “ricordi” il contenuto dell’art. 3 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo: principio di non refoulement, che proibisce di respingere migranti verso paesi dove possono essere perseguitati o sottoposti a trattamenti inumani o degradanti.

LUSSANA E L’ART. 3 – Anche dopo averle rammentato il principio sacrosanto contenuto dall’art. 3 della Convenzione, la posizione dell’onorevole Lussana non è cambiato. Anzi: «Beh allora dovremmo accogliere tutti! E’ un problema, quello della sicurezza e del non maltrattamento delle persone di cui dovrebbero occuparsi le organizzazioni internazionali». Sul caso incriminato la deputata leghista non molla e ribadisce che «è avvenuto nelle acque internazionali e non spettava certo al nostro Paese accertare i nominativi e le condizioni degli immigrati. In più sarebbe dovuta intervenire Malta dato che erano nelle loro acque territoriali. Loro non sono intervenuti, noi invece si e poi oggi arriva la beffa con la condanna della Corte di Strasburgo. Dall’Europa ci saremmo aspettati, invece, un piano di aiuti economici per far fronte agli sforzi realizzati».

MARONI – Esemplificative di una mentalità dura a morire e sulla difensiva rispetto ad un inevitabile giudizio critico sul suo operato che la condanna di Strasburgo impone, Roberto Maroni oggi ha bollato la sentenza come «un’altra incomprensibile picconata del buonismo peloso contro il sistema di sicurezza e di protezione contro l’immigrazione clandestina che avevo attuato. E’ una sentenza politica – aggiunge l’esponente del Carroccio – di una Corte politicizzata. Rifarei esattamente quello che ho fatto: impedire ai barconi di clandestini di partire dalla Libia, salvare molte vite umane e garantire maggiore sicurezza ai cittadini». «La corte – ha continuato Maroni – condanna un comportamento a mio avviso assolutamente conforme alle direttive europee. I respingimenti sono stati fatti dalle autorità libiche e noi ci siamo limitati a prestare assistenza». Dunque, ha proseguito l’ex ministro, «si tratta di una pratica che io rifarei, anche perché ha contribuito a salvare molte vite umane, impedendo la partenza di barconi con migranti dalla Libia».

POLITICA MIGRATORIA A PEZZI – Polemiche a parte, la politica migratoria del governo Berlusconi continua a perdere pezzi. A picconare i pacchetti sicurezza e la Bossi-Fini sono tribunali ordinari, Consiglio di Stato, Corte di Cassazione, Consulta e Corte di giustizia dell’Unione europea. Sotto le loro sentenze sono cadute: l’aggravante di clandestinità, il divieto di matrimonio con irregolari, il reato di clandestinità (nella parte che punisce con il carcere gli immigrati irregolari). Ora a sgretolarsi è il muro dei respingimenti in mare dei migranti, sotto i colpi della Corte europea dei diritti dell’uomo.

IL CASO E LA CONDANNA DI STRASBURGO – Hirsi Jamaa e gli altri 23 migranti che hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo che oggi ha condannato l’Italia per il loro respingimento, facevano parte di un gruppo di 200 persone che nel 2009 erano partite dalla Libia a bordo di tre imbarcazioni. Intercettati dalla Guardia Costiera italiana il 6 maggio nell’area di responsabilità di Malta, secondo la ricostruzione del comunicato della Corte di Strasburgo, erano stati poi trasferiti su navi militari italiane e riportati a Tripoli dove furono consegnati alle autorita’ dell’allora regime di Muammar Gheddafi. «I ricorrenti hanno detto che durante il viaggio le autorita’ italiane non hanno detto loro dove stavano andando ne’ controllato le loro identità», afferma ancora la Corte che ricorda come l’allora ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il 7 maggio disse che il respingimento era «in accordo con gli accordi bilaterali con la Libia entrati in vigore il 4 febbraio 2009».

Accordi, sottolinea ancora la nota, che sono stati sospesi il 26 febbraio 2011 dopo lo scoppio della rivoluzione in Libia. «In base alle informazioni fornite alla Corte dai legali dei ricorrenti – conclude il comunicato della Corte – due di loro sono morti in circostanze non note, mentre tra giugno e ottobre 2009 ad altri 14 e’ stato concesso lo status di rifugiato dall’ufficio dell’Alto commissariato per i rifiugiati (Unhcr) di Tripoli». Ma dopo la rivoluzione i legali hanno perso i contatti con gran parte dei ricorrenti ed al momento hanno informazioni solo riguardo a sei di loro. Quattro vivono in Benin, Malta e Svizzera, uno di trova in un campo profughi in Tunisia e spera di poter tornare in Italia. Ed uno lo scorso giugno e’ arrivato da clandestino in Italia ed ha ottenuto lo status di rifugiato.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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