martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La mia strana famiglia
Pubblicato il 03-02-2012


R. N. è arrivata in Italia nel ‘99, quando aveva solo 7 anni. Come unico bagaglio la sorellina di 5 anni. Erano rimaste sole in Polonia quasi fin dalla nascita, con un’anziana signora che se occupava a pagamento. L’unico modo per evitare il rischio che potessero cadere in brutti giri di sfruttamento minorile. La mamma era venuta qui a cercare fortuna, un riscatto da una situazione di povertà assoluta, ma non trovando impieghi stabili non riusciva a ottenere il ricongiungimento parentale. L’unica soluzione per averle vicino fu ricorrere all’affido presso l’associazione Amici della Zizzi. Oggi, ventenne, R. N. riesce a parlarne con molta serenità.

Eri spaventata all’idea di cambiare città, casa e vivere con persone sconosciute?

No, non molto. Da noi tutti dicevano che l’Italia era un posto in cui si stava bene. Ero felice di lasciare quella situazione di estrema durezza da tutti i punti di vista.

Cosa ricordi del primo impatto?

Io sono molto timida, ma dopo un’ora chiamavo già Riccardo e Roberta, i responsabili della casa, papà e mamma. Me l’aveva detto la mia vera mamma che da quel giorno io avrei avuto due mamme e un papà, ma io l’ho sentito da sola che era davvero così.

Quindi è stato fondamentale trovare due persone come loro ad accoglierti?

Si, mi sono sentita per la prima volta in una vera famiglia, con tanti altri bambini come me.

Che tipo di rapporto hai con loro?

Per sono come fratelli. Quando litighiamo a scuola dico ho litigato con mio fratello o mia sorella. Mi dispiace quando qualcuno se ne va, ma se possibile rimaniamo in contatto. Anche se non con tutti le cose funzionano, non tutti ce la fanno a inserirsi, a superare i problemi da cui vengono.

In questa casa vivete in tanti e ci sono molte regole da seguire.

Si, è vero, ci sono tanti impegni da rispettare come lo studio, gli orari o i propri incarichi in casa. Ma credo che sia così in tutte le case. La signora con cui stavo in Polonia era molto autoritaria, arcigna, m’imponeva le cose e basta. Qui invece mi spiegano le ragioni del perché è meglio comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. C’è un continuo confronto.

Non hai mai contrasti con i tuoi nuovi “genitori”?

Si, certo. Qualche volta litighiamo. Ma anche questo credo che faccia parte di una normale dinamica. Se poi abbiamo qualche difficoltà più grande abbiamo sempre a disposizione una psicologa con cui parlarne.

Hai mai malinconie?

No, non particolarmente. Quelle di tutte le ragazze della mia età.

Ti sei mai sentita diversa, qualcuno a scuola ti ha mai ferita?

No, a me non è mai capitato. E’ raro che succeda alle femmine, è più facile tra maschi. C’è più competizione.

Il tuo vero papà lo senti mai?

Si, qualche volta per telefono. Ma di questo preferisco non parlarne.

Hai mai desiderato avere una vera famiglia, più tradizionale?

Questa è la mia famiglia, questi sono i miei affetti. Tra l’altro posso vedere la mia mamma quando voglio. Non mi manca niente. So però che non tutte le strutture sono così.

Ma tu credi nella famiglia, pensi che ne avrai una tua?

Certo. Ho anche già il fidanzato. Il mio sogno è seguire le orme di Riccardo e Roberta e occuparmi anch’io dei problemi dell’infanzia. Ma per questo so che dovrei studiare di più, quest’anno invece non sono stata molto brava a scuola. Ma ora mi metto sotto. Promesso.

Insomma, crescere in una casa famiglia non è stata un’esperienza così traumatica?

Direi proprio di no. A me è andata bene. Qui mi sento amata, considerata, rispettata. E’ evidente, però, che come sempre dipende dalle persone con cui fai le tue esperienze. Quando c’è un nuovo inserimento, per esempio, ci coinvolgono, ci chiedono se ci sentiamo pronti. Esattamente come quando in una famiglia arriva un fratellino. E poi ci preparano ad accogliere il nuovo bambino, ci spiegano a grandi linee le problematiche che ci sono dietro, senza mai darci i particolari. Ma non credo che ovunque sia così.

Cristina Calzecchi Onesti

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Commenti all'articolo
  1. Ma che cavolo di confronto è tra una che sta in una casa famiglia e uno che la gestisce? Se ci fossero cose da denunciare, come potrebbe farlo la ragazza?
    Quanto all’altro articolo, se le strurre cattoliche non fanno rete avranno le loro motivazioni. Conosco abbastanza la situazione per sapere che tante sedicenti disponibilità ad “amare” sono in realtà dei business.

  2. Cara Valeria,
    un confronto non necessariamente deve essere uno scontro. C’è sembrato importante per una volta dar voce a chi vive direttamente i problemi di cui parliamo. Tra l’altro la ragazza in questione ha 20 anni, quindi è fuori dai vincoli che la obbligavano a soggiornare in quella struttura. Per questo
    abbiamo certezza che le sue risposte siano state totalmente libere e spontanee. Siamo parimenti consapevoli che non tutte le persone che si occupano di affidi siano per bene, ma come sempre è un problema di controlli che andrebbero
    sollecitati. Da parte nostra ti garantisco che ci siamo ben documentati sull’onestà della struttura in questione. L’importante è che si accendano i riflettori su una questione di cui si parla troppo poco e che invece richiederebbe la massima attenzione.

  3. Carissima Valeria,
    leggo solo ora il tuo commento e ringrazio Cristina della pronta risposta.
    Chiamato in causa credo sia giusto che anche io dica la mia.
    Da sempre abbiamo accolto ragazzi e da semrpe lo abbiamo fatto motivati dall’amore e non dal business. Difficile dimostrarlo a parole, pertanto l’invito che rivolgiamo sempre a tutti è quello di venire a conoscerci, toccare con mano la nosra realtà, parlare con i nostri ragazzi.
    A 21 anni (Roberta ne aveva 17) non sai nemmeno cosa sia un business, nè tantomeno sai come organizzarlo e gestirlo. Non voglio scendere in polemica, non è necessario perché non devo dimostrare nulla, ma se intanto chi legge volesse andare sulla nostra pagina facebook vedrebbe le foto dei ragazzi e leggerebbe i commenti di chi ci frequenta … certe cose parlano per noi

  4. Rigrazio per le risposte sia l’intervistatrice sia l’intervistato. Ma non mi sembra che tali risposte siano realmente tali. Io non ho fatto accuse al signor Riccardo, mi sono limitata a a porre due questioni generali, oltre che a ritenere che più che in confronto i due articoli fossero in sostegno reciproco. Ma adesso una domanda e qualche considerazione le faccio. Quante rette percepisce la casa famiglia in questione? Un solo bambino “rende” 2.700 euro al mese a una struttura. A una famiglia affidataria molto meno. E non è che una famiglia affidataria non sia affiancata da professionisti. La differenza è che sa benissimo che non si tratta di un figlio suo e che fa un servizio vero, senza ritorni, seppure solo di gratificazione.
    Poi nessuno mi ha risposto sulla questione delle strutture cattoliche. Posso dire che a queste una famiglia affidataria si può sempre rivolgere, sicura di avere sostegno. Ma a una famiglia affidataria non serve “visibilità” e magari finanziamento. Sarà per questo che non piace che le strutture cattoliche non facciano “rete” ? Perché gli altri a lavorare con loro non hanno “ritorni” in questo senso? O magari perché i cattolici ci vanno piano prima di considerare che per un bambino possa essere “famiglia” ogni cosa? Che ne pensano gli amici della Zizzi dell’adozione dei non sposati o magari dei single?

  5. Carissima Valeria hai toccato molti temi e ci vorrebbero ore per risponderti adeguatamente e mi piacerebbe farlo vis a vis perché per scritto si può fraintendere. Proverò a darti risposte telegrafiche per cercare di spiegarmi.
    1) sono cattolico anche io, tanto che il nostro Vescovo avrebbe piacere a darci il riconoscimento ecclesiale.
    2) La Giovanni XXIII, associazione cattolica che stimo per quel che conosco dall’esperienza diretta di una casa famiglia a loro associata, percepisce rette da comunità con cifre comprese tra 90 e 130 euro giornaliere
    3) la nostra associazione prende i bambini in affido come coppia genitoriale e non come comunità percependo zero euro per 8 ragazzi su 10, percependo 1400 euro per uno dei ragazzi con problemi psichiatrici, dovendo percepire 440 euro al mese per un altro (e da due anni non abbiamo ancora visto un euro). Non vedo il business.
    4) Cosa ci ricaviamo? Nella vita, forse sembrerà strano, a qualcuno piace dare più che ricevere.
    5) Adozione da parte dei non sposati e dei single. Cosa pensa Valeria di bambini che vivono ogni giorno in famiglie dove subiscono abusi? La famiglia ideale è quella sposata perché da maggiori garanzie, ma se penso a quanti divorzi ci sono, sia di coppie cattoliche che non, mi vengono i brividi. Non è meglio una coppia di non sposati che prendano un bambino in affido o in adozione piuttosto che lasciare lo stesso bambino nella mani dei suoi aguzzini?
    Per quanto concerne l’adozione ai single non sono a favore perché i ragazzi hanno bisogno di una figura femminile ed unamaschile di riferimento, sempre cercando la strada migliore per educare un bambino, ma lo stesso discorso fatto per le coppie non sposate vale anche per i single.
    Il nostro ordinamento prevede comunque per i single la possibilità di adottare passando attraverso l’affidamento.
    Tante le coppie che potrebero prendere un bambino in affido o in adozione e non lo fanno lasciando che l’anima di qualche bimbo muoia tra le spine di chi ne sta abusando. Motivo? Coloro disponibili all’accoglienza di un bambino vogliono l’adozione e non l’affido (e se poi me lo tolgono ne vado a soffrire). Tutti coloro che vogliono l’adozione, pretendono un bambino piccolo e spesso bianco e più simile aloro fisicamente. Così bambini di 8,9,10 anni non trovano una famglia che li accolga.
    6) Valeria, noi non siamo infallibile, avremo i nostri difetti e le nostre colpe. Una cosa è certa che il guadagno che cerchiamo è il sorriso di un bambino e se sbagliamo qualcosa, perlomeno ci abbiamo provato
    7) L’invito a venirci a trovare resta valido e mi farebbe piacere, e su questo sei tu che non hai risposto

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