giovedì, 14 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La questione dei Mezzogiorni dell’Europa
Pubblicato il 27-02-2012


Dolosamente accantonata per anni sembra tornare attuale nell’agenda politica la questione meridionale, grazie anche alla scelta di Monti di creare il ministero alle politiche di coesione. Sempre attuale il richiamo di Guido Dorso  per cui “il Mezzogiorno non ha bisogno di carità, ma di giustizia”, per riconquistare un ruolo da protagonista attivo, è necessario che il Mezzogiorno esca dalla crisi non solo “inseguendo” il modello di sviluppo settentrionale italiano ed europeo ma puntando su uno sviluppo “non residuale”, facendo da battistrada ad una nuova via per l’internazionalizzazione che riporti il Mediterraneo al centro dei grandi flussi economici e sociali tra il Sud ed il Nord del Mondo.

È più corretto, quindi, discutere della questione del meridione come questione dei Mezzogiorni dell’Europa e delle aree del Mediterraneo (Maghreb e Medio Oriente). Il Sud Italia potrebbe svolgere il ruolo di ponte naturale privilegiato tra l’Europa, i paesi del Mediterraneo e quelli del Medio Oriente, ruolo naturale non solo per motivi geografici ma soprattutto per similitudini sociali e culturali. Una piattaforma dei nuovi flussi (materiali e immateriali) che attraversano il Mediterraneo, creando una “rete dei meridioni europei” capace di interfacciarsi unitariamente con i Paesi del Maghreb e del Medio Oriente. Occorre che investano in questa direzione i governatori del sud, lo Stato Italiano e la Commissione Europea, smettendola di ripercorrere la strada del rivendicazionismo o della richiesta di risorse straordinarie.

La Padania e, ben più grave, alcuni esponenti della Lega Nord, tra cui il governatore del Veneto Zaia, gridano alla pirateria dinanzi la proposta, di buon senso, invero, di Caldoro, di utilizzare le risorse bloccate dai vincoli del patto di stabilità per dare ossigeno allo stremato sistema imprenditoriale campano e meridionale. Zaia & co, le cui nefandezze politiche sono state raccolte dai socialisti in un pamphlet  dal significativo titolo “Barbari”, omettono di ricordare come il divario Nord/Sud in termini di Pil si sia progressivamente ampliato (-0,3%), un giovane meridionale su tre è disoccupato ed è cresciuta l’emigrazione, specie intellettuale, mentre il rischio povertà in Sicilia e Campania è oltre il 40% a fronte del 14% del Nord-Est.

Ma il ritardo non è solo sul piano economico. Per Geoff Mulgan, esperto di comunicazione e direttore della Young Foundation a Londra, “Si ha innovazione sociale quando nuove idee che funzionano (‘new ideas that work’) danno soluzioni a bisogni sociali ancora insoddisfatti”. La sfida è dunque sul terreno delle idee : pur non incontrando il favore del Ministro Barca Caldoro ha avanzato una proposta che vale la pena approfondire.

Dal 1995 al 2010, il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8% medio annuo, meno della metà della media Ue (+1,8%) mentre nel decennio 2001-2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, -0,3%, decisamente distante dal + 3,5% del Centro-Nord: secondo lo SVIMEZ, gli andamenti degli ultimi anni evidenziano i ritardi nell’attivare i processi di riforma che sarebbero stati necessari. Il pericolo è che, mancando tale stimolo, la perdita di tessuto produttivo diventi permanente, aggravando i divari territoriali già marcati nel Paese, con l’ulteriore handicap relativo al tasso di interesse del credito, attestatosi al Sud al 6,2% contro il 4,8% del Centro-Nord: con un divario di 1,4 punti percentuali.

Finora è mancata una politica di rilancio industriale, attenta a una logica di filiera. Il ritardo nell’utilizzo dei fondi comunitari per la incapacità di attuare piani e programmi, e il fatto che anche Piano per il Sud non preveda risorse aggiuntive e che la quota di cofinanziamento nazionale dei programmi comunitari resta assoggettata al Patto di stabilità interno, confermano i limiti e le difficoltà di attuazione delle strategie finora adottate, riaccendendo l’attenzione sui gravi problemi irrisolti del Mezzogiorno. È auspicabile garantire una spesa in conto capitale ordinaria di dimensione adeguata per il Mezzogiorno.

Occorre, inoltre, riformare in senso strategico la Programmazione unitaria del “Quadro Strategico Nazionale”, istituzionalizzandone il coordinamento attraverso cui le Regioni Meridionali e il Governo assumano impegni condivisi al fine di rendere coerenti gli interventi regionali con un disegno strategico di politica di sviluppo per l’intera macroarea.

La “legge delega sul federalismo fiscale” scarica sugli Enti Locali il peso della perequazione a fronte dell’introduzione dei principi di sostenibilità finanziaria e di superamento della “spesa storica” : ma nel 2009 le entrate proprie della PA hanno registrato, per le Amministrazioni locali del Mezzogiorno, un incremento inferiore all’1% rispetto al 3,8% nel Centro-Nord e per le Amministrazioni regionali un -2,8% contro il +4,1% derivante dal più basso livello di redditi e di consumi delle popolazioni meridionali.

In questo scenario i 150 anni dell’Unità si presentano, paradossalmente, con due elementi di rottura della Nazione, tra loro collegati: il sistematico arretramento del Mezzogiorno d’Italia e i rischi per la coesione del Paese insiti nel cosiddetto federalismo fiscale.

È necessario dunque mettere in agenda una revisione delle regole di gestione del debito pubblico garantendo la possibilità di introdurre, nell’orizzonte della contabilità locale, gli stock patrimoniali accanto a quello dei flussi di conto economico, per stabilizzare i conti e canalizzare risorse e garanzie a supporto di specifici settori per i quali, l’intervento pubblico locale, non è da considerarsi sussidio ma investimento sociale: ad esempio, attraverso la creazione di un Fondo di Garanzia con l’utilizzo del patrimonio delle regioni, se proprio non si riesce a scardinare il muro dell’egoismo ed utilizzare risorse immobilizzate, per supportare l’intero sistema piccolo-medio imprenditoriale e artigiano, ma anche recuperando il principio secondo cui tasse e tributi, in quanto strumento di perequazione e di redistribuzione di risorse, devono essere versate nelle casse delle regioni in cui si realizza la produzione del reddito e non in base al criterio della “sede sociale”, garantendo a regioni del Sud (quali la Basilicata o la Sicilia) di fruire di risorse nuove da destinare, innanzitutto, al recupero del territorio, e sviluppando la fiscalità differenziata come strumento di promozione delle aree deboli.

L’opposizione dell’Unione Europea, infatti, all’adozione di una fiscalità differenziata all’interno di uno stesso Paese, in un regime di moneta unica nel quale Stati e regioni sono posti sullo stesso piano, non ha più motivo d’essere, men che meno in periodo di crisi. L’Europa Politica è chiamata ad arginare i danni, economici oltre che sociali, dell’Europa Contabile.

Mi piacerebbe che il dibattito politico, rifuggendo dal sensazionalismo, dalle polemiche preconcette, da bandane, assemblee del popolo e masaniellismi si concentrasse su questo terreno: come dare un futuro al mezzogiorno, alla Campania ed a Napoli, smettendo definitivamente i panni del sud straccione con il cappello in mano come di quello sprecone e fannullone. Un sud che vuole competere e chiede solo regole, non risorse, che lo consentano. E’ possibile senza doversi appellare a San Gennaro?

Marco Di Lello

Coordinatore Nazionale PSI

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