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Opinioni e commenti
 

Lanchester, privilegiato principio innocenza
Pubblicato il 06-02-2012


Con la sentenza del 2 febbraio scorso, la Corte di Cassazione ha annullato un’ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo. In questo modo, con un’interpretazione estensiva dei principi esposti dalla sentenza della Corte Costituzionale numero 265 del 2010, la Suprema Corte ha eliminato l’obbligo per il giudice di disporre o mantenere la custodia in carcere per l’indagato coinvolto in procedimenti per violenza sessuale di gruppo. Numerose sono state le critiche avanzate alla decisione della Cassazione, soprattutto in riferimento alla figura della persona violata, considerata ora in maggiore difficoltà nel denunciare lo stupro. In proposito si è espresso il professor Fulco Lanchester, giurista costituzionalista, per spiegare le motivazioni delle due sentenze.

Cosa cambia con la sentenza della Corte di Cassazione nella punizione del reato di stupro di gruppo?

Non cambia nulla. Cambia l’obbligatorietà del mantenimento della restrizione della libertà personale degli imputati. A mio parere tutta la problematica si sta autoalimentando.

La Corte di Cassazione fa riferimento ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010. Secondo lei ne coglie appieno il senso?

La Corte Costituzionale collega il problema all’articolo 27 della Carta, in relazione alla presupposizione di innocenza sino alla sentenza definitiva, che è un principio alla base dello Stato di diritto. Il problema sta nel contemperamento dei valori relativi alla tutela della persona offesa. La Corte di Cassazione, in riferimento alla sentenza della Corte Costituzionale, ha teso a valorizzare l’articolo 27 e quindi il presupposto dell’innocenza.

C’è una violazione della sicurezza per quanto riguarda le donne?

È probabile che davanti ad una situazione del genere ci sia meno capacità di reagire, denunciando la violenza. È uno degli elementi che potrebbero essere problematici, però si può anche mettere in evidenza che ci vuole grande coraggio per arrivare alla denuncia e bisogna tutelare le parti offese, non solo con la custodia cautelare, ma anche dando loro forza e appoggio.

In che modo si può supportare la persona offesa?

Non lasciare sole le donne offese, non vuol dire solo pretendere la restrizione della libertà personale degli imputati, ma fare sì che le persone si sentano appoggiate dalla società. L’avvocato Giulia Bongiorno ha evidenziato proprio le conseguenze della sentenza sulla parte offesa, considerata la parte debole. Tuttavia, se è vero che l’articolo 27 comma 2 della Carta Costituzionale recita “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”, allora su questo si costruisce una serie di considerazioni e di atti che sono garantisti.

Qual è l’interpretazione corretta della sentenza?

In questo caso bisogna tutelare l’essere umano in generale, a prescindere dal sesso. Bisogna garantire i diritti alle persone e vi deve essere un contemperamento.

Martina Perrone

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