martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Larizza, per Biagi art. 18 era strumento di consenso politico
Pubblicato il 21-02-2012


Monta la polemica all’interno del Pd, mentre il governo si prepara a decidere sulla riforma del lavoro anche senza compromesso con le parti sociali. Per molti, però, le discussioni sull’articolo 18 oggi sono solo uno strumento “politico” utile a spostare consensi, che promuove un dibattito ormai completamente slegato da una riforma seria del mercato del lavoro. Di questo avviso è anche Pietro Larizza, segretario generale della UIL dal 1992 al 2000 e politico italiano, che ha ricordato – tra le altre cose – il pensiero di Marco Biagi a proposito di articolo 18 e riforma del lavoro. Ne emerge una lucida analisi del fatto che dopo anni si continui ancora a strumentalizzare, a fini politici, la figura e il lavoro svolto dal giuslavorista italiano, assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 19 marzo 2002. Basta tornare indietro negli anni e ricordare le parole dell’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola (davanti ad un aula di Montecitorio gremita), riferendo sull’omicidio del prof. Marco Biagi. Un discorso asciutto e breve per dire in sostanza che Biagi era stato ucciso perché lavorava alla riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Peccato che sia stato lo stesso Biagi a riferire al sindacalista Larizza: «A me dell’articolo 18 non interessa nulla. É un tema che appassiona i politici. A me interessa che si introduca in Italia l’arbitrato per equità».

Secondo lei l’articolo 18 è un “tabù intoccabile”, come ha detto Veltroni?
Più che altro è una disputa incomprensibile. Nel senso che, come già diceva Marco Biagi nel 2001, l’art. 18 è una questione che oggi interessa soltanto i politici, non il mercato del lavoro. Del resto, se la norma fosse lo spauracchio di cui parlano tutti, oggi non avremmo qualcosa come settecentomila disoccupati in più rispetto al 2009. Voglio riportarle un fatto. Quando ero presidente del Cnel, chiamai Marco Biagi per un’audizione dopo la questione del Libro Bianco di Berlusconi, nel 2001. Biagi in quella circostanza espose una tesi ben precisa: «A me dell’articolo 18 non interessa nulla. É un tema che appassiona i politici. A me interessa che si introduca in Italia l’arbitrato per equità e che sia efficace da noi come lo è in Inghilterra».

Perché il Pd ha reagito in maniera così violenta alle dichiarazioni di Veltroni?
Non giudico le reazioni di un team o di un altro. In un periodo storico come questo, tutte le opinioni diventano legittime, anche quelle un po’ più “strane”.

Secondo lei c’è bisogno di una riforma della normativa?
Se l’art. 18 fosse un ostacolo alla gestione delle imprese, avrebbero messo mano al testo fin dal 1970. La verità è che l’articolo fa una cosa semplice: prescrive il reintegro nel posto di lavoro nel caso in cui si venisse licenziati senza giustificato motivo. Dall’anno d’introduzione dello statuto fino ad oggi, le persone licenziate sono qualche milione: non mi sembra che in Italia abbiamo avuto eserciti di magistrati e avvocati che hanno deliberato il reintegro di un milione e passa di persone.

Se proprio ci fosse bisogno di metter mano allo Statuto, in quali parti si potrebbe migliorare?
Se c’è un problema che riguarda la precisazione dei licenziamenti per ragioni economiche dell’azienda, si può indagare meglio su questo versante. Quando un’azienda non regge c’è poco da fare. Si può ritoccare giusto quell’aspetto, per eccesso di zelo più che per vera necessità. E mi fermerei lì: non c’è altro da aggiustare.

Monti oggi a Piazza Affari ha annunciato che la riforma del lavoro si farà anche senza le parti sociali.
Il mondo anglosassone a cui Monti si rivolge (più che altro per incrementare i buoni rapporti internazionali dell’Italia) è convinto che qui da noi non sia possibile licenziare. Io stesso in passato ho avuto modo di parlare con imprenditori e ambasciatori che erano convinti che in Italia non si potessero licenziare le persone, cosa del tutto falsa. Vorrei fare due considerazioni: intanto, se l’art. 18 rendesse impossibili i licenziamenti, gli imprenditori italiani avrebbero già fatto denunce a destra e a manca, perché avremmo di fatto realizzato uno Stato di tipo sovietico. Poi, credo che la questione dell’art. 18 sia tornata alla ribalta oggi non perché ci sia un effettivo problema di rigidità del mercato del lavoro, ma perché si vogliono riformare gli istituti degli ammortizzatori sociali, in particolare le varie forme di cassa integrazione. Rendendo libera la flessibilità fino ai licenziamenti, si renderebbe più facile l’introduzione delle indennità di disoccupazione al posto delle tante forme di cassa integrazione esistente.

Si sostituirebbe, cioè, l’assistenzialismo con la mobilità sociale.
Esatto. Oggi la cassa integrazione è contrattata con il sindacato, e viene concessa nell’ipotesi (purtroppo non sempre dimostrata) della ripresa dell’attività aziendale. Qualora, per motivi che si dichiarano economici, venissero licenziati blocchi di lavoratori, a quel punto non ci sarebbe più negoziato, non ci sarebbe più cassa integrazione: per difendere il lavoro, l’unico strumento possibile resterebbe quello dell’indennità di disoccupazione. Insomma mentre oggi abbiamo un numero rilevante di cassaintegrati e poca indennità di disoccupazione, nel caso in cui il licenziamento diventasse una normale pratica di attività aziendale, nell’arco di tre o quattro anni avremmo l’inverso: poca cassa integrazione e molta indennità di disoccupazione.

A livello sociale come si tradurrebbe un’ipotesi del genere?
In disperazione. A differenza degli Stati Uniti, dove uno per trovare la promozione sociale cambia stato, da noi puoi andare al massimo da Roma a Pescara. Visto che l’indennità di disoccupazione è un sostegno temporaneo al reddito, avremmo anche da noi eserciti di persone che fanno la fila per le indennità, senza però avere le opportunità che altri sistemi e altri paesi offrono.

Insomma, l’Italia non è ancora pronta.
Esatto. Sarebbe solo una picconata sociale. Vogliono fare una riforma vera? La riforma vera costa. L’unica strada possibile è rendere obbligatoria la formazione nel caso di riduzione del personale di un’azienda, sostenere il reddito delle persone che fanno formazione per non farle uscire dal mercato del lavoro e organizzarsi (e organizzarli) per un possibile accesso al nuovo lavoro. Per fare questo ci vuole intelligenza, disponibilità finanziaria e zero burocrazia. Si immagini un’operazione danese o norvegese oggi in Italia: arriveremmo alla carità per il posto di lavoro.

Lei quindi, oggi, toglierebbe la discussione dal tavolo?
Assolutamente. La discussione sull’articolo 18 è diventata imbarazzante.

Raffaele d’Ettorre

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Commenti all'articolo
  1. Le affermazioni di Veltroni sull’articolo 18 sono davvero imbarazzanti. A parte la considerazione che Veltroni negli ultimi anni ha inanellato un fallimento dietro l’altro, mi interessa ricordare, a me stesso, che Veltroni in quanto ex comunista non votò lo statuto dei diritti dei lavoratori con la motivazione che i suoi compagni lo ritennero insufficiente per contrastare il capitalismo in Italia. Quindi Veltroni è il meno legittimato ad entrare nel merito di una legge patrimonio dei socialisti italani, e non dei comunisti, voluta dal ministro del lavoro Giacomo Brodolini, quello che affermava che il ministro del lavoro sta da una sola parte:qella dei lavoratori. Nel merito poi dei contenuti dell’articolo 18 è appena il caso di consigliare di leggerlo per capire che la sua abolizione non può creare posti di lavoro per i quali forse sarebbe più utile fare quelle politiche industriali che da anni in questo Paese non si parla neppure.

  2. I posti di lavoro si creano non con l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ma con politiche industriali in grado di determinare lo sviluppo. Non e’ un caso che in Italia sono anni che non si parla neppure di politiche industriali, tanto e’ vero che durante il governo Berlusconi il ministero dello sviluppo economico e’ rimasto per lungo tempo privo del ministro titolare dopo lo scandalo Scaiola proprietario di casa a sua insaputa. Chi agita l’argomento dell’articolo 18 quale strumento di sviluppo lo fa in evidente malafede per nascondere la propria incapacità di progettare e addirittura di pensare politiche degne di una Nazione collocata nell’area del mondo industriale avanzato. Veltroni lasci stare di entrare nel merito di leggi socialiste e piuttosto rifletta sul fatto che ha consegnato la citta’ di Roma al camerata Alemanno e che insieme a Rutelli e con un semplice scambio di telefonate ha costituito un partito, il PD, che al momento non si sa cosa sia considerato che neppure il cofondatore Rutelli se ne e’ andato per altri lidi.

  3. I posti di lavoro si creano non con l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori ma con politiche industriali in grado di determinare lo sviluppo. Non e’ un caso che in Italia sono anni che non si parla neppure di politiche industriali, tanto e’ vero che durante il governo Berlusconi il ministero dello sviluppo economico e’ rimasto per lungo tempo privo del ministro titolare dopo lo scandalo Scaiola proprietario di casa a sua insaputa. Chi agita l’argomento dell’articolo 18 quale strumento di sviluppo lo fa in evidente malafede per nascondere la propria incapacità di progettare e addirittura di pensare politiche degne di una Nazione collocata nell’area del mondo industriale avanzato. Veltroni lasci stare di entrare nel merito di leggi socialiste e piuttosto rifletta sul fatto che ha consegnato la citta’ di Roma al camerata Alemanno e che insieme a Rutelli e con un semplice scambio di telefonate ha costituito un partito, il PD, che al momento non si sa cosa sia considerato che lo stesso Rutelli, cofondatore del PD, ne e’ andato per altri.

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  4. Ha ragione Luciana Marrocchi quando dice che Veltroni ha la responsabilità di avere consegnato il comune di Roma ad un ex fascista dopo il suo settennato di sindaco. Ma Veltroni ha anche la responsabilità di avere fondato un partito,il PD, semplicemente accordandosi con Rutelli (quello che ha Lusi come tesoriere) per imbarcare in questo nuovo partito gli ex comunisti, un pò di ex democristiani e la formazione di Di Pietro, forse per un dovere di riconoscenza verso l’ex PM che sterminò il PSI. E così Veltroni è riuscito a distruggere la sinistra lasciandoci in eredità un PD, nè carne nè pesce, abbandonato anche da Rutelli che, prima di Veltroni, ha capito che il PD è un non senso. Un partito che, quando parla, parla del nulla per evitare, appunto, di dire qualcosa.
    Quindi Veltroni lasci stare l’articolo 18: non è nelle sue corde.

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