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Opinioni e commenti
 

L’art. 18 è solo un tassello
Pubblicato il 22-02-2012


E’ un errore pensare che la riforma dell’articolo 18 sia il punto di partenza per riformare il mondo del lavoro. Deve essere, al contrario, l’ultimo tassello di un percorso di riforme in grado di garantire tutele e nuovi diritti per chi non ne ha e di favorire politiche di crescita e di sviluppo.

L’articolo 18 non è un totem, ma qualcuno ci deve spiegare come si intendono tutelare gli oltre quattro milioni di precari, giovani e laureati, che non hanno possibilità di entrare nel mondo del lavoro e di progettare il loro futuro. È un percorso che va fatto a monte, altrimenti è come risolvere il problema degli esuberi negli ospedali con l’eutanasia.

Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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Commenti all'articolo
  1. L’art. 18 è soltanto la misura del grado civiltà di un paese che vuole continuare a dirsi democratico. L’eliminazione serve a togliere tutti i diritti di chi lavora in modo da poter fare concorrenza alla Cina. Si dimentica i danni che la Cina sta facendo all’ambiente e alla Terra e di questo passo non faremo che distruggere la vita sul pianeta Terra. E, purtroppo, non possiamo fare nulla perché un semplice cittadino, oggi, non può fare nulla. I politici non rappresentano nessuno e il loro problema è quello di farsi la villa al mare.

  2. L’articolo 18 e gli altri articoli dello Statuto dei diritti dei lavoratori (legge ad iniziativa del ministro del lavoro socialista Giacomo Brodolini) sono il frutto di un lavoro parlamentare serio e competente che si è sviluppato senza isterismi e senza che venisse agitata, questa o quella norma, come una clava contro gli avversari politici.
    Incredibile che ora di questa norma ne parlino Scilipoti e compagnia, probabilmente senza averla neppure letta, e la usino come una clava contro sindacati e comunisti (che a suo tempo neppure la votarono).
    L’articolo 18 è uno dei pozzi avvelenati che ci ha lasciato il governo Berlusconi che ha sempre agitato l’articolo 18 contro chi poneva il problema del suo monopolio televisivo e delle sue leggi ad personam.
    Era, ed è, auspicabile che almeno il governo Monti non lo ponesse in cima alla sua agenda. Ma tant’è, siamo costretti a dire e ribadire che l’articolo 18 è una norma che vuole semplicemente riconoscere la normale dignità, cui hanno diritto tutti i cittadini, agli stessi cittadini quando varcano il cancello di una fabbrica che occupi più di quindici dipendenti (sono solo il 5 per cento).
    L’articolo 18 si incarica semplicemente di tutelare nel posto di lavoro chi è di un colore, di un ideale, di una confessione religiosa, di una cultura, diversi da quelli del datore di lavoro. E comunque si tratta di persone liberamente assunte dallo stesso datore.
    Nulla impedisce al datore di lavoro di licenziare per ristrutturazioni aziendali, per riduzioni di personale e per tutte quelle cause per le quali i contratti collettivi prevedono la impossibilità di proseguire il rapporto di lavoro.
    A chi si ostina a ritenere l’articolo 18 discriminatorio verso i cosiddetti precari è opportuno ripetere che la vera anomalia è la miriade di forme contrattuali che altro scopo non hanno se non quello di eludere tutto il sistema normativo a protezione del lavoro subordinato. Queste fantasiose forme contrattuali vengono usate per nascondere veri e propri rapporti di lavoro subordinato e quindi per sottrarsi al rispetto di leggi e contratti collettivi.
    E’ quindi il tempo di semplificare, disboscando, questa selva di contratti anomali e tornare ad un unico contratto a tempo indeterminato risolvendo, ad un tempo, il problema della precarietà e del presunto trattamento discriminatorio.

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