martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Mai discutere col primo arrivato
Pubblicato il 06-02-2012


A chi si stia impratichendo nella capacità dialettica, cioè a formulare proposizioni e obiezioni, Aristotele raccomanda di non discutere con chiunque. In realtà, quando si discute con certe persone, avverte il filosofo, le argomentazioni diventano necessariamente scadenti: sforzarsi di concludere la dimostrazione con ogni mezzo, allorché l’interlocutore cerca di uscire apparentemente indenne dalla discussione, sarà certo giusto, ma non risulterà comunque elegante. Buona ragione, questa, ammonisce lo Stagirita, per non associarsi con faciloneria ai primi venuti, ché, altrimenti, sarà necessario giungere ad una discussione velenosa, poiché in tal caso chi sta impratichendosi sarà incapace di evitare una decisione agonistica. Tale insegnamento è prezioso anche per chi abbia acquisito qualche capacità sia di trarre un’unità da parecchi elementi, nel che consiste il formulare proposizioni, sia di trarre molti elementi da un’unità, cioè di distinguere oppure demolire, concedendo alcune delle proposizioni presentate ex adversis. Specialmente quando, nonostante l’abitudine ad orientarsi sulle mappe degli atlanti di teratologia etica, il rischio di lasciarsi trascinare in sterili polemiche massmediatico-politico-giudiziarie si fa prepotente, a causa della lettura dei commenti, urlati sulla stampa, ai possibili cambiamenti del sistema che sanziona gli errori commessi dai magistrati: da una parte si grida alla vendetta politica, per togliere la libertà di giudizio; dall’altra si esprime sguaiatamente soddisfazione, perché per i giudici è finita la pacchia e adesso anche loro pagano.

Che cosa varrebbe, specialmente in tempi di justitium, ricordare, ad esempio, che l’epistemologia contemporanea si è accorta che la vita, proprio a causa degli errori, non è monotona e così pure la scienza, che della vita è parte e di essa condivide la fallibilità; che in questo clima nuovo, l’errore, troppo spesso concepito, da filosofi e scienziati,  come uno spiacevole accidente, una maladresse da cui essere risparmiati, ha subìto una notevole rivalutazione: esso non solo è visto come inevitabile, ma gli si assegna un importante ruolo nel progresso della scienza; che l’errore sia considerato una delle fasi della dialettica che bisogna necessariamente attraversare, poiché dà origine a indagini più precise ed è il motore della conoscenza; che, di conseguenza, il processo di conoscenza altro non sia che un processo di rettificazione del sapere e l’essenza stessa della riflessione consista nel comprendere di non aver capito; che liquidata l’immagine induttivistica della conoscenza, si riconosce, ormai, che lo sviluppo della conoscenza è caratterizzato da tentativi di soluzione dei problemi e controlli critici di tali tentativi; che è la critica a rendere possibile il progresso della conoscenza ed a garantirne la razionalità; che, soprattutto, non è soltanto la conoscenza scientifica, ma ogni nostra conoscenza, a progredire attraverso la correzione degli errori e che non esiste altro modo, diverso da quello di correggere gli errori, di far progredire la nostra conoscenza; che ogni ordinamento giuridico positivo, più o meno perfezionato sul piano tecnico ed etico-sociale, deve prevedere, anche nel settore giudiziario, dove l’esigenza di conformità al diritto è spinta naturalmente al massimo, di poter essere travisato, mancato in un numero più o meno elevato di casi, da parte di chi lo deve applicare; che questo si traduce nell’imperativo di politica del diritto, per cui è meglio una sentenza viziata che nessuna sentenza; che l’adeguamento a questo imperativo avviene, solitamente, mediante l’introduzione di meccanismi che mettono in conto coscientemente il contrasto tra fenomeni giuridici di diverso livello e che è l’impugnazione il più tipico esempio di Fehlerkalkül? Probabilmente non servirebbe a nulla.

Platone sosteneva che « non ci son che i medici, che abbian facoltà di mentire con piena libertà », ma oggi,  non lo ripeterebbe: ci son ben altri che, godendo di tutti i privilegi, non ultimo quello dell’immunità dalla logica, possono affermare tutto e il contrario di tutto, a loro talento. E tanto più meravigliose, sciocche e false sono le cose affermate, tanto più la folla si volge stupita a questi privilegiati, perché, per dirla con Nicolas Boileau-Despréaux, « uno scimunito trova sempre uno più scimunito che l’ammira ». E chi se ne importa, se i cervelli e gli uomini comuni, quelli, insomma, cui incombe l’onere della dimostrazione « a prescindere », vedono in questi privilegiati null’altro che delle oche, che uscite appena dai sogni ambiziosi della notte sbattono le ali impotenti e credono di mandare fino al cielo i loro clamori ridicoli?

 

Otello Lupacchini

Giusfilosofo - Riflessioni inattuali

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