lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Patti Smith: la sacerdotessa del rock
Pubblicato il 17-02-2012


Occhi spiritati. Volto stretto, e scavato che sparisce in una cascata di capelli grigi. Voce rauca, forte, sottile. Immancabile camicia bianca, abito nero da uomo di Costume National. Chi non la conosce potrebbe credere che lo sia, un uomo, se non fosse per quelle mani lunghe e delicate che le spuntano fuori dalle maniche larghe della giacca. Patti Smith si muove senza regole né convenzioni, con la stessa forza sciamanica che emanava negli anni Settanta, quando fece del punk rock una religione della quale era la divinità indiscussa. Sul palco del teatro Ariston gli applausi durano a lungo. E lei rimane ferma e, con la testa leggermente inclinata, rende grazie, dopo aver ipnotizzato il pubblico con la sua incredibile presenza scenica.

ABITI E ANARCHIA – La figlia spirituale di Allen Ginsberg e Rimbaud, non porta mai colori brillanti. I suoi abiti hanno una grande forza, e trasmettono tutta la ribellione e tutta l’anarchia che hanno contraddistinto la sua esistenza bohémienne. La cifra del suo stile è un ibrido tra maschile e femminile. Contemporaneamente in anticipo e in ritardo sulla moda, è sensuale e goffa, e in bilico tra sacro e profano, cielo e inferno, bianco e nero. Più che di contraddizioni, è fatta di contrasti, una donna dall’immagine molto dura ma con un lato straordinariamente mistico.

Mrs Smith ha un debole per gli abiti della stilista belga Ann Demeulemeester, non si trucca, non va dal parrucchiere, e quando è in tour riempie una valigia con tre magliette, due paia si calze, quattro mutande, un paio di jeans, il passaporto, la macchina fotografica, e il libro che sta leggendo. Per le serate eleganti un nastro nero, al posto della cravatta. Non le interessano le apparenze. E’ sempre stata vera, rigettando tutto quello che era ritenuto «normale» per una femmina.

Martina Alice de Carli

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