mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Stipendi, dal netto al lordo crescono del 228%: adesso basta!
Pubblicato il 28-02-2012


 

I dati non sono un mistero. Ma vederli così aggiornati e ben snocciolati fa sempre una certa impressione. L’Aduc ha calcolato che per uno stipendio netto da lavoro dipendente da 2mila euro, l’azienda ne paga ben 4.559, ossia il 228% in più. La busta paga lorda, infatti, ammonta a 2.963 euro. Poi ci sono: 929 euro di Inps, 220 di accantonamento per il Tfr, 185 di Irap, 247 per la quota 13esima e 15 euro di Inail. Una mostruosità, si potrebbe pensare, per le aziende che si trovano di fronte un cuneo fiscale e contributivo altissimo. Ma la vera piaga è quella che colpisce i lavoratori e di riflesso l’economia, perché i salari netti risultano ridotti all’osso e una domanda interna stagnante deprime il Pil, che non si risolleva con i pur ottimi risultati dell’export.

DOV’E’ IL FONDO PER RIDURRE LE TASSE? – Al di là della querelle tra Eurostat e Istat sul reale peso delle buste paga nel nostro Paese (tra 23 e 29mila euro c’è comunque una bella differenza), è chiaro che i compensi dei lavoratori italiani sono al lumicino dopo 15 anni di mancate riforme e di crescita anemica. I motivi? Un mix micidiale di perdita di produttività e di eccessiva tassazione. Da una parte pochi investimenti in ricerca, nella formazione dei lavoratori, nei processi e nei prodotti. Dall’altra un erario troppo pesante e un sistema Paese che non aiuta certo gli imprenditori. Il ministro del Welfare Elsa Fornero si è limitata a lanciare un allarme, ma al governo è lecito adesso chiedere con forza: perché non si è creato già da subito (con il varo del decreto di semplificazione fiscale) quel fondo che dovrebbe servirsi di risorse recuperate dalla lotta all’evasione per provare ad abbattere l’aliquota Irpef di base o almeno per aumentare le detrazioni sui carichi familiari?
UN VINCOLO AI PARTITI – D’accordo, il premier Mario Monti, prima di tutto, ci tiene a dare del nostro Paese un’immagine seria e morigerata. Fa parte, in fondo, della mistica del nuovo corso dei tecnici. Quindi il capo del governo vuole evitare di creare pericolose aspettative su presunti tesoretti che ancora appaiono aleatori. Eppure nel 2011 il recupero dell’evasione ha dato un gettito di 11miliardi di euro ed è difficile pensare che quest’anno la cifra sia inferiore (ne servono 5,5 per abbattere la prima aliquota dal 23 al 20%). Senza dimenticare che a giugno scatta la nuova Imu con un gettito extra dagli immobili della Chiesa (e non solo) che a regime potrebbe valere tra 600milioni e 1miliardo di euro. Tra l’altro, si può anche decidere che la riduzione delle tasse scatti solo dal 2014 o che sia limitata a un anno fiscale. E tuttavia, creare già ora il fondo avrebbe significato mettere in campo una sorta di caveat per i partiti che torneranno presumibilmente a comandare dopo il voto dell’anno prossimo. Chi si azzarderebbe, infatti, ad abolire una riserva che vale ad abbattere le tasse delle fasce deboli? Fatte salve le esigenze di tenuta dei conti, sarebbe una manovra politicamente suicida per chiunque. Morale? Il Professore ha ancora tempo per provvedere. E speriamo che lo faccia.

Ulisse Spinnato Vega

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