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Opinioni e commenti
 

Sullo sciopero Fiom il Pd si spacca: scontro tra Orfini e Meloni
Pubblicato il 23-02-2012


 

La manifestazione Fiom agita il Pd, ma se una volta i dibattiti della segreteria di un partito erano materia per i retroscena dei cronisti e per i verbali riservati dei funzionari, adesso basta twitter per fotografare quello che accade nelle stanze, non più segrete, della politica. La decisione di partecipare all’iniziativa del sindacato di Maurizio Landini, in programma a Roma il prossimo 9 marzo, spacca il partito, l’ala ‘montiana’ contesta la scelta di andare in piazza contro il Governo che il partito sostiene in Parlamento, i ‘laburisti’ replicano spiegando che la manifestazione non è contro il Governo ma contro la Fiat che “discrimina” i tesserati Fiom. Il tutto, appunto, via twitter.

ORFINI VS MELONI – I protagonisti sono Matteo Orfini, uno degli esponenti bersaniani e ‘laburisti’ della segreteria che ha già annunciato la sua partecipazione alla manifestazione. Marco Meloni, altro membro della segreteria ma vicino ad Enrico Letta, e Luca Di Bartolomei, coordinatore del forum sicurezza del partito e vicino a Walter Veltroni. In un ‘tweet’ di ieri sera, Orfini ha scritto: «Fiat non assume iscritti Fiom, e nessuno dice niente. Qualcuno nel Pd annuncia che andrà a sciopero, e apriti cielo. Un motivo in più per andare». Pochi minuti, e ha risposto Meloni: «Lo sciopero è contro il governo e una manovra ‘inaccettabile’. Che dire: w la coerenza, w Ferrero in piazza contro gov Prodi». La discussione si è infiammata, Orfini ha contro-replicato: «Sai bene che andare nn (testuale, è la nuova ortografia imposta dai 140 caratteri di twitter, ndr) vuol dire aderire piattaforma, in questo come in altri casi. Fiom discriminata merita solidarietà».

GUERRA DI TWEET – Inutile dire che la risposta non ha soddisfatto Meloni: «La solidarietà si esprime in mille modi. Sfilerai accanto a Ferrero che ha detto: in piazza con Fiom contro l’invasato Monti. Auguri». Con Meloni si è schierato Di Bartolomei: «grande matteo (Orfini, ndr)! Sono cn (anche qui testuale, ndr) te che partecipi ad una manifestazione da passante non aderente! ». Lo scambio è proseguito a lungo, con diversi ‘tweet’ di tutti i protagonisti. Di sicuro, non sarà più necessario aspettare che una novella fondazione Gramsci in versione democratica apra gli archivi per ricostruire i dibattiti del Pd.

ORFINI – «Ancora una volta, dinanzi a una manifestazione della Fiom, nei gruppi dirigenti del Partito democratico si apre la discussione sull’opportunità di aderire, partecipare, solidarizzare o meno con l’iniziativa. Ho l’impressione però che i nostri elettori facciano fatica a capire il senso di queste polemiche». Lo scrive Matteo Orfini della segreteria del Pd su Left Wing che sarà al corteo della Fiom del 9 marzo a Roma.

IMBARAZZO – «Non credo che un dirigente del Pd -sottolinea- dovrebbe provare imbarazzo a stare vicino a metalmeccanici che difendono il proprio lavoro e i propri diritti solo perché qualche estremista passa di li. Ma soprattutto, ed e’ questo il punto principale, non si può non vedere come questo sciopero cada in un momento molto particolare della vicenda Fiat: il piano Fabbrica Italia, con i suoi 20 miliardi di investimenti promessi, e’ scomparso dai radar. La sfida di Marchionne, invece, si rivela ogni giorno di più per quello che è: un tentativo, peraltro fallimentare, di competere sulla riduzione dei costi e dei diritti».

DISCRIMINAZIONE – «Oggi siamo alla rappresaglia, con il rifiuto di assumere chi ha la tessera Fiom: una discriminazione che dovrebbe apparire intollerabile a tutti i democratici», argomenta Orfini. E’ «di questa regressiva visione del futuro che ha a che fare anche con la discussione sull’articolo 18. A dividerci non e’ il giudizio sul governo Monti. Il punto e’ quale collocazione abbiamo in mente per l’Italia nella competizione internazionale, se davvero crediamo a tante belle parole su un’idea di sviluppo fondata su tecnologia, sapere, investimenti, o se sotto sotto non crediamo invece di dovere accettare come un destino ineluttabile il declino economico e civile, una sorta di retrocessione dell’Italia nel mondo. Io non lo credo, ed e’ anche per questo che saro’ a quella manifestazione», conclude Orfini.

FASSINA – Lo scontro Orfini-Meloni è seguito di poche ore la partecipazione annunciata, polemizzata e poi ritrattata di Stefano Fassina, responsabile Economia del Pd, che per chiudere le discussioni interne al partito ha rimesso la scelta alla segreteria nazionale del Pd. «Lo sciopero generale della Fiom del 9 marzo – spiega Fassina- contrariamente a quanto affermato da tanti poco informati, non ha come obiettivo il governo Monti. La piattaforma indica i seguenti punti: ‘Riconquistare il contratto a partire da Fiat, estendere l’occupazione, i diritti e l’art. 18, garantire il reddito e la cittadinanza’. Il punto fondamentale è la negazione della democrazia negli stabilimenti Fiat e, aspetto altrettanto grave, la discriminazione degli iscritti Fiom dalle ri-assunzioni a Pomigliano. Partecipare, senza aderire, in coerenza con il principio di autonomia tra partiti politici e forze sociali, non vuol dire sottoscrivere le singole rivendicazioni proposte dagli organizzatori. Vuol dire dimostrare sensibilità politica verso le drammatiche condizioni di milioni di lavoratori e lavoratrici e verso i problemi acuti di democrazia nel nostro Paese».

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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Commenti all'articolo
  1. Nel pieno dello sfacelo nel quale è precipitato il PD, quale è il dibattito interno sul progetto di società, di economia, di cultura, di Paese, da qui ai prossimi anni?
    Non sulla perdurante latitanza del governo Monti sul tema dello sviluppo, cioè della crescita come premessa per creare occupazione;
    Non su una forte presa di posizione per risolvere in nuce la piaga del precariato sopprimendo tutte le norme (di Treu e di Biagi) che lo hanno determinato;
    Non sul problema del più importante mediatore culturale che è la TV pubblica la quale eguaglia ormai la TV commerciale con la differenza però che è pagata dai cittadini.
    Il dibattito interno nel PD è concentrato sul fatto se, questo o quel rappresentante debba o possa partecipare alla manifestazione di sciopero indetta dalla FIOM il prossimo 9 marzo. In altri termini se qualche rappresentante PD debba accodarsi ad una manifestazione di lavoratori che partecipano sacrificando la giornata di lavoro e la relativa retribuzione.
    C’è davvero da trasecolare.
    A parte l’autonomia che partiti e sindacati hanno, ormai da decenni, rivendicato, sull’assunto che il sindacato realizza la sintesi dei rapporti nel mondo del lavoro dipendente, mentre il partito sintetizza la complessa articolazione della società, nel suo presente e nel suo divenire, che comprende anche le problematiche dei lavoratori, la partecipazione ad una manifestazione, di sciopero o non, è la esibizione di una sensibilità. Chi l’ha, manifesta, chi non l’ha si astiene.
    E quindi non si comprende come la sensibilità di un dirigente di partito debba essere messa ai voti nella struttura dirigente dello stesso partito che storicamente mutua la ragion d’essere nella difesa dei lavoratori.
    Non si comprende davvero come gli eredi della dottrina sociale della Chiesa e gli eredi di Marx e del marxismo, ormai sotto lo stesso tetto del PD, trovino problematico che si possa esprimere solidarietà a dei lavoratori, quelli della FIOM, che sono discriminati nei luoghi di lavoro.
    Non risulta che Giacomo Brodolini, ministro socialista del lavoro, abbia chiesto l’autorizzazione del partito quando la notte di Natale del 1968 si unì ai lavoratori di una fabbrica romana, l’Apollon, che manifestavano per la difesa del posto di lavoro, appunto la notte di Natale a Roma in via Veneto, la via della dolce vita.
    Se questo partito, il PD, si riconosce ancora nelle ragioni dei lavoratori, e ritiene disdicevole manifestare con gli operai, si assuma almeno la stessa responsabilità che si assunsero i socialisti che, per risolvere le molte distorsioni nei rapporti in fabbrica, dettero vita ad una iniziativa parlamentare concretizzatasi in una legge (lo statuto dei lavoratori) che ricondusse i rapporti tra datori e lavoratori in un quadro di regole che, fino all’avvento di Marchionne, hanno garantito la democrazia tra i protagonisti nei luoghi di lavoro.

  2. Nel pieno dello sfacelo nel quale è precipitato il PD, quale è il dibattito interno sul progetto di società, di economia, di cultura, di Paese, da qui ai prossimi anni?
    Non sul disastro prodotto dalla bella trovata delle elezioni primarie dove prevale sempre il candidato che non è sponsorizzato dal PD;
    Non sulla perdurante latitanza del governo Monti sul tema dello sviluppo, cioè della crescita come premessa per creare occupazione;
    Non su una forte presa di posizione per risolvere in nuce la piaga del precariato sopprimendo tutte le norme (di Treu e di Biagi) che lo hanno determinato;
    Non sul problema del più importante mediatore culturale che è la TV pubblica la quale eguaglia ormai la TV commerciale con la differenza però che è pagata dai cittadini.
    Il dibattito interno nel PD è concentrato sul fatto se, questo o quel rappresentante debba o possa partecipare alla manifestazione di sciopero indetta dalla FIOM il prossimo 9 marzo. In altri termini se qualche rappresentante PD debba accodarsi ad una manifestazione di lavoratori che partecipano sacrificando la giornata di lavoro e la relativa retribuzione.
    C’è davvero da trasecolare.
    A parte l’autonomia che partiti e sindacati hanno, ormai da decenni, rivendicato, sull’assunto che il sindacato realizza la sintesi dei rapporti nel mondo del lavoro dipendente, mentre il partito sintetizza la complessa articolazione della società, nel suo presente e nel suo divenire, che comprende anche le problematiche dei lavoratori, la partecipazione ad una manifestazione, di sciopero o non, è la esibizione di una sensibilità. Chi l’ha, manifesta, chi non l’ha si astiene.
    E quindi non si comprende come la sensibilità di un dirigente di partito debba essere messa ai voti nella struttura dirigente dello stesso partito che storicamente mutua la ragion d’essere nella difesa dei lavoratori.
    Non si comprende davvero come gli eredi della dottrina sociale della Chiesa e gli eredi di Marx e del marxismo, ormai sotto lo stesso tetto del PD, trovino problematico che si possa esprimere solidarietà a dei lavoratori, quelli della FIOM, che sono discriminati nei luoghi di lavoro.
    Non risulta che Giacomo Brodolini, ministro socialista del lavoro, abbia chiesto l’autorizzazione del partito quando la notte di Natale del 1968 si unì ai lavoratori di una fabbrica romana, l’Apollon, che manifestavano per la difesa del posto di lavoro, appunto la notte di Natale a Roma in via Veneto, la via della dolce vita.
    Se questo partito, il PD, si riconosce ancora nelle ragioni dei lavoratori, e ritiene disdicevole manifestare con gli operai, si assuma almeno la stessa responsabilità che si assunsero i socialisti che, per risolvere le molte distorsioni nei rapporti in fabbrica, dettero vita ad una iniziativa parlamentare concretizzatasi in una legge (lo statuto dei lavoratori) che ricondusse i rapporti tra datori e lavoratori in un quadro di regole che, fino all’avvento di Marchionne, hanno garantito la democrazia tra i protagonisti nei luoghi di lavoro.

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