mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

The Show Must Go Off: nomen omen?
Pubblicato il 07-02-2012


La trasmissione di Serena Dandini nel Dopo Rai è arrivata alla terza puntata e tre indizi sono una prova: non convince. Gli ascolti, pur avendo ampiamente superato l’obiettivo di raddoppiare l’1,5% di rete (5,70%, 4,05% e 3,39%) sono in discesa, e sembrano indicare un interesse iniziale poi gradualmente raffreddato. È un peccato, però, pensare una cosa del genere del nuovo progetto di una conduttrice e autrice che ha in curriculum i programmi che hanno cambiato la satira in Italia.

TROPPO LUNGO – Ma “The Show Must go Off” ha evidenziato in queste tre serate una serie di limiti cui non è facile rimediare. Ci troviamo di fronte a una versione allungata di “Parla con me”, che occupa l’intera prima serata del sabato, e il primo difetto è proprio la durata del programma: gli sketch appaiono immotivatamente lunghi, i ritmi sono dilatati. E a proposito di sketch: la maggior parte non è divertente, e quelli che lo sono, come le canzoni rivisitate di Elio, Tolleranza Zoro, I Serissimi, sono materiale da youtube, non giustificano l’impegno di seguire più di due ore di diretta, condite da troppi interventi di Dario Vergassola, la grande zavorra della trasmissione.

IDENTITÁ CERCASI – Forse per ricominciare in una nuova casa andava cercata anche una nuova formula, un cambio di divano non sembra bastare e si avverte un po’ di noia. Ma l’impressione è che la strategia non fosse la ricerca dell’innovazione quanto il ribadire la propria esistenza, e in questo senso appare profetica la sigla di apertura cantata da Elio e le Storie Tese, vera spalla della conduttrice più che semplici accompagnatori musicali: «Quanto è bello andare in onda in piena libertà sulla rete che non sfonda ma son tutti qua. The show must go off, che quando te lo guardi ciò significa che quindi è andato in onda». Uno spettacolo di satira di sinistra che trova la sua identità nel fatto che sta andando in onda su La7 dopo essere stato “cacciato” dalla Rai. Questo, però, non basta a fare un buono show, né a giustificarne la messa in onda, per quanto le cancellazioni di trasmissioni da parte della Rai possano risultare assurde, politicamente censorie o antidemocratiche. “Non Rai” e “Non Mediaset” sono buoni punti di partenza per un terzo polo TV, distinguersi è bene, ma c’è bisogno anche di altro.

Maria Lo Bianco

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