lunedì, 11 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Una giustizia con 8 milioni di procedimenti arretrati è un ossimoro
Pubblicato il 10-02-2012


Una giustizia che accumula 8 milioni di procedimenti arretrati è un ossimoro: snellire la procedura delle azioni civili, con un udienza filtro e tempi massimi per la celebrazione dei singoli gradi di giudizio rappresentano solo un punto di partenza ineludibile verso una più ampia riforma dell’intero sistema. I socialisti hanno condiviso l’obiettivo  di fornire i migliori strumenti di indagine alle procure ma non possono non ravvisare la necessità di porre un freno all’abuso delle intercettazioni e soprattutto  alla pubblicazione dei contenuti, strumento di gogna mediatica inaccettabile in un paese che si dica civile e la previsione di maggiori  garanzie nella fase della custodia cautelare, in attuazione della presunzione di innocenza vanno accompagnate a misure tese a garantire l’effettività della pena delle sentenze definitive.

Assunta come condivisa l’indifferibilità di una riforma dell’ordinamento giudiziario, in riferimento allo status del Pubblico ministero, il dibattito ha sinora fatto emergere tre principali ipotesi : la prima, da più parti proposta, è quella che prevede il Collegamento dell’attività del Pubblico Ministero alla responsabilità dell’Esecutivo, per garantire il quale appare necessaria una riforma costituzionale. Una seconda ipotizza la “Confluenza dei Pm nell’Avvocatura dello stato ‘un’unica casa dove si difende tutto ciò che è pubblico. Gli avvocati gli interessi civili e amministrativi dello Stato, i Procuratori della Repubblica, la legislazione penale’ (Mazzella,  o, nella variante Casavola, inserimento dei Pm in una Autorità ad hoc) in questa ipotesi non sarebbe necessaria una riforma costituzionale.

Una terza ipotesi, dagli effetti più attenuati prevede una mera separazione di funzioni e cioè concorsi separati di giudici e Pm; corso di aggiornamento ed esame tenuti da un organismo autonomo composto da magistrati, avvocati e professori universitari, per passare da una funzione all’altra; con cambiamento di distretto per 5 anni (Castelli-Bobbio) : a maggior ragione tale ipotesi non necessiterebbe di una riforma costituzionale”.

La prima tesi, sul presupposto che la politica criminale, trattandosi di attività politica, dovrebbe essere “come sarebbe logico in una democrazia, nelle mani del governo” è la soluzione di attuazione del principio della divisione dei poteri: il potere legislativo approva le leggi; il potere esecutivo le esegue o ne promuove e chiede l’applicazione ed esecuzione al giudice; il potere giurisdizionale decide se il caso singolo rientra nella fattispecie prevista dalla legge invocata dal potere esecutivo. La seconda tesi va analizzata nelle due varianti, avendo a mente che attualmente il pm non è l’avvocato che rappresenta e difende lo Stato per gli “affari” penali, ma è il titolare delle azioni che promuove. Quindi, se la confluenza nell’avvocatura dello Stato dovesse comportare la perdita della titolarità sostanziale dell’azione penale comporterebbe anche la sua discrezionalità in capo al ministro e, comunque, la revisione totale della stessa. Se, invece, si creasse un’Autorità ad hoc, si consegnerebbe pur sempre la politica giudiziaria nelle mani di un organo amministrativo, sottratto alla responsabilità politica e, quindi, ancora al di fuori e al di sopra della sovranità popolare. La terza tesi presenta lo stesso inconveniente, con l’aggravante che anche la separazione dal potere giurisdizionale sarebbe molto più attenuata. Fin quasi a sparire se si pensa che la contiguità è importante, ma ancor più importante che i pm non possano influire in alcun modo sulla carriera e i trasferimenti dei giudici, nonché e più ancora sui procedimenti disciplinari che li riguardano, per cui resterebbero competenti il Csm ed i Consigli giudiziari comuni attualmente in essere. Vi è anche chi (Pecorella?) propone una ulteriore tesi, che realizza altrettanto efficacemente della prima la separazione della parte del potere politico dell’esecutivo attribuita al pm dal potere giurisdizionale, facendolo dipendere dal potere legislativo, con una nuova e diversa commistione di poteri. Un legislatore che esegue, più o meno direttamente, le sue leggi, non è il massimo per la certezza del diritto.

Questa proposta è quella che spalanca le porte ad un altra soluzione, che consegue la stessa divisione dei poteri, senza rafforzare troppo l’esecutivo, e cioè l’elezione del Pm da parte del popolo, che gli conferirebbe una legittimazione ed una corrispondente autonomia adeguate all’enormità del suo compito: se è in nome del popolo italiano che si esercita la giustizia forse prevedere sul modello statunitense un procuratore eletto dal popolo che si avvale della collaborazione di funzionari dell’amministrazione statale è meno eversivo di un procuratore alle dirette dipendenze dell’esecutivo, che potrebbe, in questo modo, arrivare all’assurdo di garantirsi l’impunite0 o, peggio ancora, usare il potere giudiziario come strumento di lotta politica.

E’ altrettanto evidente, però, che in tal caso il Procuratore eletto dovrebbe essere accompagnato dall’obbligo di esercizio penale delle fattispecie preventivamente individuate dal Parlamento, per evitare che ci si possa scegliere i processi da portare avanti ed evitare quelli magari più spinosi che potrebbero compromettere ambizioni politiche del rappresentante dell’Accusa eletto dal popolo, che anzi, dovrebbe essere per legge impossibilitato a candidarsi a cariche amministrative per un lungo periodo successivo al termine del mandato.

La separazione di carriere e non solo di funzioni tra accusa e giudicante si accompagna al superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, un dogma che in questi anni non si è avuto il coraggio di mettere in discussione, ingolfando, di conseguenza, i nostri tribunali di micro processi aventi ad oggetto comportamenti di alcuna rilevanza sul piano dell’allarme sociale, fornendo nel contempo uno straordinario alibi a giudici e pubblici ministeri sui ritardi nella celebrazione e conclusione dei processi e nel deposito delle sentenze.

Un parlamento chiamato e decidere sulle priorità da seguire in materia di contrasto alla criminalità sarebbe un occasione di responsabilizzazione del potere legislativo, in nome del popolo italiano, e utile per un efficace esercizio dell’azione penale. Tal svolta potrebbe anche essere accompagnata, ma non sostituita, come propone l’ANM, da una significativa depenalizzazione dei reati minori, in presenza di fattispecie forse più utilmente perseguite attraverso l’irrogazione di pesanti sanzioni pecuniarie sul piano amministrativo. In ogni caso appare evidente che giammai si può lasciare all’arbitrio dell’inquirente la scelta se perseguire o non un reato.

Un giustizia efficace e dalla parte dei cittadini si pone l’obiettivo di ridurre drasticamente la lunghissima sospensione feriale dei termini, 45 giorni che nella prassi diventano 60, e di prevedere un numero minimo di 4 udienze settimanali per ciascun giudice, lasciandogli comunque il tempo, nei restanti 2 gg lavorativi e nelle ore pomeridiane, per scrivere i provvedimenti, sentenze, ordinanze etc, a cui pure sono obbligati per le funzioni.

Bene ha fatto il ministro ad auspicare una prima riduzione del periodo di sospensione, ma il dato meramente formale va accompagnato da un monitoraggio effettivo che impedisca ai giudici di smettere di fissare udienze fino al 15-20 luglio e riprendere dopo il 15 settembre. Si potrebbe poi mutuare nel nostro ordinamento l’esperienza francese della indagine sommaria e preliminare all’azione civile, in modo da scoraggiare eventuali azioni temerarie o comunque destinate alla soccombenza o da accelerarne la trattazione se evidentemente fondata.

Un ulteriore passo in avanti sul piano dell’accelerazione dell’iter di conclusione di un procedimento civile può essere dato dalla unificazione della congerie di riti che impongono, tra l’altro, la specializzazione dei giudici, spesso con ruoli separati e conseguente disparità dei carichi di lavoro. Un modo questo per accelerare i tempi di durata dei processi, obiettivo prioritario da perseguirsi nell’auspicata riforma della giustizia nel nostro paese, per perseguire il quale appare utile prevedere la perentorietà dei termini di conclusione dei procedimenti, con la previsione di un sistema sanzionatorio per i magistrati inadempienti, chiamati a giustificarsi dei loro ritardi.

L’art. 6 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo sancisce il diritto del cittadino a che la sua causa sia trattata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole, prevedendo, in caso di violazione di tale principio il diritto all’equa riparazione: la L.89/01 mutuando la normativa varata dopo il referendum sulla responsabilità civile dei giudici, fa gravare ancora una volta sullo Stato le inadempienze non solo del sistema, ma anche dei singoli magistrati: come per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione è forse giunta l’ora di sancire una effettiva responsabilità per danno erariale anche dei giudici negligenti.

Un sistema sanzionatorio che punisca anche la negligenza e la colpa grave dei giudici potrebbe poi ipotizzarsi non solo per l’inosservanza dei termini prevista innanzi, ma anche in caso di un’alta percentuale di riforme delle sentenze in sede di Appello o Cassazione che lasci chiaramente propendere per un’incapacità del giudice nell’osservanza del ruolo chiamato a svolgere. Un modo quest’ultimo, anche per sancire il reingresso del merito nella valutazione del magistrato, valutando non solo la quantità ma anche la qualità del lavoro svolto, perché una sentenza rapida non e8 necessariamente una sentenza giusta, ponendo così un freno a quegli automatismi su cui si fondano gli avanzamenti di carriera, in uno all’appartenenza correntizia che troppo spesso incide nelle scelte che il CSM è chiamato a compiere nell’assegnazione dei ruoli direttivi.

La riforma del CSM non può non essere affrontata in una sede che si propone di discutere di “autogoverno della magistratura”: la proposta in ultimo avanzata dal presidente Violante, elezione dei componenti seguendo lo schema che la Costituzione prevede per la Consulta, e cioè un terzo di magistrati eletti, magari senza liste e con preferenza unica, un terzo di personalità elette dal Parlamento ed un terzo nominati dal Presidente della Repubblica ci appare convincente almeno sul piano della limitazione delle scelte correntizie e dello spirito corporativo. Un CSM che, coerentemente con quanto innanzi illustrato, non avrebbe invece competenza sui rappresentanti della Pubblica Accusa.

Al di le0 delle grandi riforme in questa sede forse è anche utile sottolineare che la giustizia penale avrà  un futuro solo se il cittadino avvertirà  che il processo è una cosa seria: questo lo si ottiene con la forma ( p.m., giudici, avvocati, cancellieri ed avvocati rigorosamente in toga, udienze che iniziano in orario, testimoni che, se assenti, vengono accompagnati coattivamente) e con la sostanza (effettivite0  della pena).

Su questo punto un’ultima breve riflessione : una riforma dell’istituto della sospensione condizionale della pena, fondata più su esclusioni oggettive che sul mero dato della quantificazione della pena irrogata, una limitazione in sede applicativa della continuazione del reato e la esclusione dai benefici della Gozzini per una serie di reati oltrechè una effettiva verifica della redenzione del reo, in luogo dell’attuale automatismo appaiono accorgimenti utili per sancire una pif9 giusta espiazione della pena.

Nel frattempo è tornata prepotentemente d’attualità la riforma della Legge Vassalli sulla responsabilità civile magistrati : a distanza di quasi un quarto di secolo dal varo della legge 13 aprile 1988, n. 117 che disciplina il risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati, a Montecitorio, più per provocazione che convinzione , si sono accorti che se i cittadini ristorati dalla malagiustizia sono solo 4 in cinque lustri forse la legge, socialista, è quantomeno da riformare.

Il governo Monti trema all’idea di riaffrontare il voto a Palazzo Madama nei prossimi giorni, sottolineando la sede impropria, la Legge Comunitaria, in cui la norma di riforma è stata inserita. Posso essere d’accordo sulla forma, ma il merito? Un Governo che ha l’ambizione di mostrarsi campione di riforme non vorrà mica perdere l’occasione di un ridisegno del nostro sistema giudiziario? Tolta la foglia di fico si affronti dunque il principio, chi sbaglia paghi: vale per gli amministratori, per i professionisti, che valga anche per i magistrati…

Marco Di Lello

Coordinatore Nazionale PSI

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