giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’obiettivo di Marco Biagi era adeguare il mercato del lavoro agli standard europei
Pubblicato il 21-03-2012


In Italia c’è stata una generazione di cattolici che non volevano “morire democristiani” e che comunque non temevano di poter “morire socialisti”. Purtroppo ad alcuni di loro, anzi, toccò in sorte di morire prematuramente proprio in quanto socialisti. Fu il caso di Walter Tobagi, massacrato per aver detto che non erano samurai né i brigatisti che colpivano le loro vittime alle spalle, né i tipografi che pretendevano di censurare il Corriere della Sera. Ed è stato, dieci anni fa, il caso di Marco Biagi. Marco si era affacciato alla politica giovanissimo attraverso il movimento di Labor, e quando questo confluì nel partito socialista aveva trovato nel magistero di Federico Mancini la conferma di quella scelta: era uno dei viandanti che si erano incontrati in quel “grande crocevia culturale” che secondo Gino Giugni era diventata la socialdemocrazia europea, e che nei suoi anni migliori fu anche il partito socialista italiano.

 

IL MIRAGGIO DEGLI STANDARD EUROPEI– Dopo lo scioglimento del Psi, peraltro, da quel crocevia non si era allontanato: non aveva alimentato la diaspora, ed a collaborare con Maroni si era trovato dopo aver collaborato con Treu ed avendo continuato a dialogare con Romano Prodi fra una pedalata e l’altra. Il suo obiettivo era rimasto quello di adeguare il nostro mercato del lavoro agli standard europei, lo stesso che aveva condiviso con Federico Mancini quando era ancora possibile conciliare politica e cultura senza doversi intruppare in una burocrazia, di partito o statale che fosse; ed il suo impegno era anche la testimonianza della continuità di una cultura politica al di là delle mutevoli sorti di partiti e coalizioni.

BRIGATISTI FUORI TEMPO MASSIMO– Da questo punto di vista, probabilmente, il governo “tecnico” gli sarebbe piaciuto, perché con esso avrebbe potuto continuare ad esercitare il mestiere del riformista: che è quello di cercare di risolvere, provando e riprovando, le questioni di merito, senza paraocchi e senza tabù. Non gli sarebbero piaciuti, invece, quanti in seno al centrosinistra agitano oggi una “questione socialista” contro l’Europa; ma neanche quanti, pur proclamandosi riformisti, pensano che il socialismo europeo sia un ferro vecchio e si avventurano senza bussola in un lungo viaggio verso l’ignoto.  A freddarlo furono brigatisti fuori tempo massimo, ma venne contestato anche in ambienti lontanissimi dal brigatismo. Non solo nell’ambiente sindacale. L’anno scorso su Mondoperaio Gennaro Acquaviva pubblicò il resoconto di una sua audizione pressola Commissione per la pastorale del lavoro della Cei al termine della quale Marco, dato il tono delle critiche e la pretesa dei suoi interlocutori di motivarle addirittura con argomenti di dottrina, sentì il dovere di replicare con la dovuta veemenza.

DAL COMUNISMO AL LUOGOCOMUINISMO– I monsignori della pastorale del lavoro non moriranno democristiani semplicemente perché la Dcnon c’è più, ma sicuramente non vorrebbero “morire socialisti”. Non si preoccupano, invece, di poter morire “antagonisti”: di essere parte, cioè, di quell’area di  antagonismo postideologico che in Italia ha fatto le funzioni del metadone per curare la crisi d’astinenza di tanti intellettuali dopo la caduta del muro di Berlino, come scrisse Luciano Cafagna nelle ultime pagine de La grande slavina. Dal comunismo a certo “luogocomunismo”, in realtà, per molti il passo è stato breve, ed ha consentito anche di varcare frontiere un tempo presidiate da barriere ideologiche, fino a formare un senso comune che addobba il conservatorismo reale con i cimeli del progressismo immaginario del tempo che fu.

LA LOGICA DELL’EMERGENZA– Si spiegano anche così le lentezze che, non solo sui problemi del lavoro, caratterizzano la società italiana nel suo percorso di adeguamento ai tempi nuovi. E si spiega così, più in generale, la permanente condizione minoritaria del riformismo nel nostro paese, che fa sì che le riforme si realizzino solo in condizioni di emergenza. Ora, a quanto pare, anche grazie ad un governo formato da tanti colleghi di Biagi (da persone cioè che hanno saputo combinare competenza ed impegno civile), alcuni degli idola phori che hanno resistito alle repliche della storia vengono abbattuti: è il modo migliore, ma anche il più amaro, per commemorare il decennale di un assassinio.

Luigi Covatta

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Commenti all'articolo
  1. Con Biagi è iniziata la fine delle certezze del lavoro, acquisite in anni di lotte. Ed oggi siamo alla completa distruzione. Questa è la realtà. Il sogno dei capitalisti ladroni si è avverato!

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