mercoledì, 22 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Amianto, Cassazione: se il lavoratore fuma il processo si deve rifare
Pubblicato il 23-03-2012


Difficile stabilire la colpevolezza relativa dei datori di lavoro per morte da amianto se il lavoratore era un fumatore abituale. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, con una sentenza depositata oggi. Una sentenza che ha annullato per prescrizione la condanna per omicidio colposo nei confronti di due ex dirigenti dello stabilimento Michelin di Cuneo, Giancarlo Borella e Roberto Mantella. La condanna riguardava la morte per tumore ai polmoni dell’operaio Bruno Tallone, addetto alla centrale termica dello stabilimento dall’ottobre del 1967 al dicembre 1994.CONCAUSA NON BASTA – Se il lavoratore sviluppa una malattia come l’adenocarcinoma ai polmoni, i giudici dovranno d’ora in poi stabilire quanto il tumore si sia sviluppato a causa del fumo e quanto invece a causa dell’amianto. Non basta perciò parlare di concausa, come ha sottolineato la Cassazione ordinando dunque un nuovo processo d’appello per il decesso di Tallone, fumatore abituale.

DI NUOVO IN AULA – Per gli altri due manager non prescritti, Guido Chino e Lorenzo Paruzza, condannati dalla Corte di Appello di Torino il 12 ottobre del 2010, la Cassazione ha inoltre deciso (con la medesima sentenza) di riaprire il processo di secondo grado. Dato che il tumore del lavoratore rientrava nella lista di patologie non direttamente circoscrivibili all’amianto, la Corte Suprema ha dichiarato “erronea” la sentenza dei giudici di merito. La Corte d’Appello non avrebbe dunque approfondito in maniera adeguata quanta parte della responsabilità derivava da un comportamento dei manager dell’azienda e quanta invece potesse essere riconducibile al fatto che il lavoratore deceduto era un fumatore abituale. «Adesso la Corte di Appello – si legge nella sentenza – dovrà valutare se, a fronte di una patologia multifattoriale quale l’adenocarcinoma patito dalla vittima, l’esposizione all’amianto, di un lavoratore aduso nel tempo a prolungato fumo di sigarette, abbia costituito una condizione necessaria per l’insorgenza della patologia o per un accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa».

LE DUE PRESCRIZIONI – Per quanto riguarda le due prescrizioni di Borella e Mantella, la Corte di Cassazione ha spiegato che «sono maturate in quanto ai due manager erano state concesse delle attenuanti, e perché quando si ravvisa insieme alla prescrizione anche un vizio di motivazione, le condanne vanno annullate senza rinvio».

Emanuele Ciogli

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