lunedì, 24 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Articolo 18: Controriforma sociale?
Pubblicato il 26-03-2012


Tutto il dibattito che ha condotto all’ipotesi legislativa del governo di modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori sconta un errore nell’approccio teorico e pratico, quello di ritenerlo istituto del mercato del lavoro. Come è noto invece, il mercato del lavoro è il luogo, astratto, in cui chi è alla ricerca di lavoro, imprese ed enti pubblici, si incontra con chi lo offre e, cioè, i lavoratori. Gli ammortizzatori sociali a loro volta, sono intesi quali strumenti per attenuare i disagi di chi non ha lavoro o lo perde, e nei sistemi di Welfare State più avanzati sono posti in connessione ai meccanismi regolativi del mercato del lavoro per consentire rapidi percorsi di reinserimento occupazionale, magari connessi a periodi di riqualificazione professionale.

L’art. 18 invece, è (ancora) uno strumento legale di tutela dei lavoratori contro i licenziamenti illegittimi, quelli cioè senza giusta causa o giustificato motivo, che rappresenta una sorta di paradigma del moderno diritto del lavoro, che a differenza di quello dei privati, basato sull’uguaglianza formale tra i soggetti, è rivolto a privilegiare la posizione del lavoratore subordinato quale soggetto debole del contratto di subordinazione rispetto al datore di lavoro.

Norma di tutela quindi, e non di regolazione del mercato del lavoro, non a caso le critiche nei confronti dell’art. 18 partono dall’assunto corretto che le tutele sono garantite agli insiders (già occupati) e non agli outsiders (quelli che sono al di fuori dell’occupazione o impiegati nei lavori cosiddetti “atipici”), con una proposta sbagliata: l’egualizzazione per sottrazione a tutti dei diritti acquisiti, e non dell’estensione degli stessi a chi ancora non li possiede. Mentre sul versante imprenditoriale la critica è quella dei costi economici e della rigidità organizzativa che esso provocherebbe, ampiamente contestabile se si considerano i primi come “costi di libertà” che il sistema delle imprese deve sapere sopportare, mantenendo, nello stesso tempo, il suo grado di efficienza, come avviene nei Paesi più avanzati.

Dunque, se si vuole evitare una sorta di guerra di religione, in cui per la verità l’integralismo non è quello di chi vuole conservare la norma in questione ma di chi ne propone la cancellazione o una drastica riscrittura in nome del primato del mercato (sembra quasi che ricorrano totem e tabù: che ci sia Freud di mezzo….?), un’operazione socialmente equilibrata e fondata sul consenso doveva prevedere degli interventi manutentivi, in primo luogo sulla durata dei processi derivanti dai ricorsi ex art. 18 e su di un più facile utilizzazione della fattispecie dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, ossia per problemi aziendali comprovati.

E’ sempre attuale il monito di uno dei maestri del diritto del lavoro in Italia, ritenuto il “padre” giuridico della legge 300 del 1970, Gino Giugni (il “padre” politico fu il ministro del Lavoro che la volle fortissimamente, Giacomo Brodolini, socialista come Giugni): lo Statuto dei lavoratori “in quanto legge riformista è anche aperta alle riforme”. Già riforma non controriforma imposta dai mercati e, in particolare, dalla “teoria del libero mercato finanziario” e dalle “mitologie” connesse, di tipo economico, politico, monetario, educativo, che, però, a differenza dei miti, si traducono in pratiche di governo e di amministrazione della società, subalterne al moloch della globalizzazione.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Sono anni che l’articolo 18 è nel mirino della destra e della destra berlusconiana. Esattamente da quando Berlusconi, per contrapporre un qualche argomento alla sinistra che lo accusava di essere il monopolista delle TV pubblica e privata, tirò fuori dal suo cilindro l’articolo 18 in quanto emblema dei diritti dei lavoratori in fabbrica.
    E non c’entra nulla con il mercato del lavoro.
    Il mercato del lavoro riguarda la organizzazione amministrativa che disciplina la domanda e l’offerta e le modalità attraverso le quali si manifestano, la domanda da parte dei lavoratori, e l’offerta da parte dei datori, e il luogo, fisico o virtuale, nel quale domanda e offerta si incontrano.
    È stata una operazione culturalmente discutibile quella di attrarre l’articolo 18 nel campo del mercato del lavoro. In effetti il governo Monti-Fornero sta portando ad Arcore in un piatto d’argento il risultato dell’abbattimento di una norma di tutela che neppure Confindustria ritiene ostativa per eventuali nuove assunzioni. Magari ce ne fossero i presupposti economici!

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