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Opinioni e commenti
 

Cambio di rotta, la Fiat smette di chiedere soldi al Governo
Pubblicato il 14-03-2012


«Non ci sono novità. Non chiederò nulla, non voglio niente». Una volta tanto la Fiat non si presenta di fronte al governo con il cappello in mano e le parole pronunciate ieri dall’Ad del Lingotto, Sergio Marchionne, in merito al faccia a faccia di venerdì prossimo con il premier Mario Monti fanno tirare un sospiro di sollievo a molti contribuenti. Eh sì, perché da quando esiste, la Fiat ne ha pappati di soldi pubblici. Tantissimi e sotto innumerevoli forme. Da tempo gli studiosi fanno i conti e le cifre parlano di qualcosa come 200mila miliardi di vecchie lire, ossia circa 100miliardi di euro che nel tempo sarebbero volati dalle casse dello Stato ai forzieri della casa torinese. In sostanza, una cifra pari a cinque manovre salva-Italia del governo Monti.

CENT’ANNI DI FAVORI – Si potrebbe tornare alla guerra in Libia di 100 anni fa e alle lucrose commesse pubbliche per il fondatore di Fiat, Giovanni Agnelli. Oppure ricordare gli affari fatti grazie alla Prima guerra mondiale o ancora rievocare la grande crescita negli anni del protezionismo autarchico fascista. E la guerra in Etiopia del ‘35? I contratti gonfiavano ogni volta il fatturato, la manodopera aumentava e in fabbrica il trattamento degli operai non era certo morbido (basta pensare al «sistema Bedaux» che instaurava il controllo cronometrico del lavoro). I rapporti perversi tra Fiat e politica sono raccontati fin dalle origini in modo efficace da Vladimiro Giacché nello studio «Cent’anni di improntitudine. Ascesa e caduta della Fiat», pubblicato su «Proteo».  Ma venendo a tempi più recenti, come non citare il grazioso dono di Alfa Romeo fatto all’avvocato Agnelli dall’Iri di Prodi nell’86? E i 328miliardi di lire in conto capitale finiti nelle casse Fiat tra il 1996 e il 2000 grazie alla legge 488?

IL COSTO DEGLI AMMORTIZZATORI – Un costo elevatissimo è pure quello sostenuto dallo Stato per gli ammortizzatori sociali. Nel suo libro «Licenziare i padroni?» (dati fino al 2004), il vicedirettore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti scriveva: «Negli ultimi dieci anni le principali società italiane del gruppo Fiat hanno fatto 147,4 milioni di ore di cassa integrazione. Se assumiamo un orario annuo per dipendente di 1.920 ore, l’uso della cassa integrazione equivale a un anno di lavoro di 76.770 dipendenti. E se calcoliamo in 16 milioni annui la quota dell’integrazione salariale a carico dello Stato nel periodo 1991-2000, l’onere complessivo per le casse pubbliche risulta di 1228miliardi». Ai quali si aggiungono altri 700miliardi come «costo del prepensionamento di 6.600 dipendenti avvenuto nel 1994: e atri 300miliardi se ne sono andati per le indennità di 5.200 lavoratori messi in mobilità nel periodo».

L’ADDIO A TERMINI IMERESE – Poi ci sono stati gli aiuti per gli impianti del Lingotto nel Sud Italia. I decreti e i «piani di sviluppo» ad hoc. Gli incentivi alla rottamazione che hanno drogato il mercato e invogliato Fiat a dormire sugli allori. Le autostrade costruite per far contenti gli Agnelli mentre nelle città si smantellavano i tram e si faceva largo alle auto. In ultimo, ha lasciato il segno l’addio di Marchionne allo stabilimento di Termini Imerese. Avviato nel 1970 su terreni regalati dalla Regione Sicilia, il sito produttivo è costato negli anni allo Stato tra i 7 e gli 8 miliardi di euro. Risultato? La chiusura a fine 2011 e la disperazione per quasi 2mila lavoratori tra stabilimento e indotto. Adesso sembra che il vampiro del Lingotto abbia allentato il morso alla giugulare dello Stato. Dopotutto, non c’è più niente da succhiare.

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Commenti all'articolo
  1. Va dato atto a Marchionne – che ha salvato la Fiat da sicuro fallimento – di voler competere ad armi pari con le aziende concorrenti. Peraltro ho letto che ha giudicato negative le stesse rottamazioni perchè hanno agito come una droga sul mercato automobilistico italiano. Peraltro non va dimenticato che anche la Volkawagen fino a poco tempo ha beneficiato di consistenti aiuti di Stato.

  2. A Marchionne, sicuramente va dato il merito di aver risanato la FIAT, ma bisogna domandarsi come lo ha fatto, da un lato visto che dopo tutti i soldi che la famiglia Agnelli ha ottenuto dallo stato lo stesso dovrebbe più essere di loro proprietà. Quando non c’era più la vacca da mungere ha esportato la produzione in altri paesi, fregandosene di quanto è costata agli italiani questa importante azienda.
    Non tutte le responsabilità sono della FIAT , parte di queste sono da attribuire anche ai governi che si sono succeduti, che non hanno mai fatto una politica industriale seria, per dare ossigeno alle aziende Italiane, il risultato è che ormai tanti industriali vanno a produrre, dove il costo della manodopera è molto più conveniente.
    I posti di lavoro nel nostro paese, possono essere mantenuti e possono crescere se il governo investe sul futuro dei giovani, finanziando prima la scuola e poi la ricerca, e pagare bene i ricercatori, mettendo a loro disposizione tutti gli strumenti necessari, per fare prodotti di qualità, come gli Italiani son capaci di fare.
    Un paese che non fa ricerca, è un paese senza futuro, perché salvo alcune eccezioni, i prodotti che vengono fatti in Italia sono di bassa qualità e gli industriali li possono produrre dove la manodopera costa molto meno.

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