mercoledì, 15 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Da Enimont al caso ‘Tanzania’ fino a Boni: la Lega si tinge di verde “mazzette”
Pubblicato il 08-03-2012


Forse ora l’ira funesta del dio Po si abbatterà sulla Lega di lotta e bustarelle. E chissà quali fulmini si scateneranno sul sacro pratone di Pontida. Intanto, però, tra mitiche ampolle e riti celtici, il partito più antico d’Italia è affondato nelle sabbie mobili della corruzione e ha irrimediabilmente compromesso un’immagine che, per la verità, non è mai stata adamantina. D’altronde il Carroccio è l’unica formazione politica sopravvissuta alla Prima Repubblica. E fin da allora – malgrado i toni da forca contro i grandi inquisiti delle altre parrocchie e i cappi sventolati in Parlamento – Umberto Bossi e compagni avevano capito bene come funziona il rutilante mondo degli intrecci perversi tra affari e politica. Oggi il caso Boni, infatti, è solo l’ultima goccia che fa traboccare il vaso. Anzi, l’ultimo diluvio che manda in pezzi la santa ampolla padana.

DA ENIMONT A FIORANI – Appartiene ormai alla migliore narrativa di Mani Pulite la vicenda del buon Patelli e i 200milioni di lire che dalla Ferruzzi finirono nei mutandoni di Alberto da Giussano attraverso l’ex idraulico leghista. Era un rivolo della maxitangente Enimont e per quella rocambolesca dazione il senatur si beccò una condanna per finanziamento illecito. Passando dagli anni ’90 al nuovo millennio, successe che Bossi fece pace con Berlusconi e ormai esiste un’ampia letteratura sui danari che il Cavaliere avrebbe sborsato per dar respiro alle malmesse casse leghiste. Il Carroccio intanto era tornato al governo e decise di farsi una banca che divenne un pozzo mangiasoldi. Siamo al 2004 e allo scandalo Credieuronord: ci volle l’intervento del banchiere amico Gianpiero Fiorani (uno dei «furbetti del quartierino») per salvare l’istituto di (dis)credito leghista. L’ex dominus della Popolare di Lodi foraggiò inoltre il partito con 10milioni di euro e poi, quando scoppiò lo scandalo delle scalate bancarie (estate 2005), ammise: «Ho consegnato a Brancher (parlamentare di Forza Italia, ndr) una busta con 200mila euro (…) Quella sera Brancher doveva tenere un comizio a Lodi per le elezioni amministrative (… ) Mi disse che doveva dividerla con Calderoli perché il ministro aveva bisogno di soldi per la sua attività politica». A onor del vero, Calderoli venne poi archiviato, ma la Lega di lotta, mazzette e governo non ne uscì bene.

L’AUTO BLU DI BALLAMAN – Il governatore Veneto Luca Zaia disse poco tempo fa: «Noi della Lega abbiamo il dovere d’essere doppiamente puliti rispetto agli altri, perché da noi i cittadini si aspettano il massimo del rigore». Bene, chissà allora cosa passò per la testa degli elettori leghisti quando l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli  fu indagato per abuso d’ufficio a causa del suo piano di edilizia carceraria. Nel mirino della Corte dei conti finì la consulenza all’amico Giuseppe Magni. E Castelli venne condannato a rimborsare 33mila euro. Ok, queste sono vicende di vertice, si dirà, ed è normale che il potere possa dare alla testa. Però la Lega è partito di territorio, che sta in mezzo alla gente ed alleva amministratori onesti e specchiati. Sì, proprio come il presidente del consiglio regionale del Friuli, Edouard Ballaman, che usava l’auto blu per scarrozzare parenti e amici un po’ ovunque. Una settantina di viaggi fatti più per piacere che per dovere. E prima ancora, Ballaman aveva pilotato la concessione di una sala bingo oltre ad aver realizzato uno scambio di favori con l’ex sottosegretario all’Interno (leghista) Maurizio Balocchi: l’uno aveva assunto la compagna dell’altro in modo da eludere la legge che vieta di assumere parenti nel medesimo ufficio. Morale? Ballaman si è dovuto dimettere. E il senatore della Lega Alberto Filippi, vicentino, accusato dal faccendiere Andrea Ghiotto di avere avuto le mani in pasta nella maxievasione scoperta ad Arzignano? Come scordare poi l’indagine su Aldo Fumagalli, ex sindaco di Varese, per peculato e concussione in relazione a un giro di false cooperative? O Matteo Brigandì, ex assessore al Bilancio del Piemonte, processato per truffa e falsi rimborsi alle zone alluvionate. Lo stesso Brigandì è riuscito persino a farsi cacciare dal Csm (era membro laico) per non essersi dimesso in tempo da ruolo di amministratore della Fin Group, mentre la legge stabilisce l’incompatibilità tra le due cariche. Ed è lui, infine, l’uomo che passò indebitamente al Giornale un dossier dello stesso Csm su Ilda Boccassini.

IL VILLAGGIO «SKIPPER»  E LA BANCAROTTA – Ai leghisti, si sa, piace giocare a fare i banchieri. E negli ultimi anni hanno messo le loro mani su molte fondazioni azioniste di grandi istituti. Ma amano anche gli investimenti spericolati – come quelli del tesoriere Francesco Belsito che mette i soldi del partito in Tanzania – o si buttano in investimenti mancati, come nel caso del villaggio turistico croato «Skipper» che doveva essere il «paradiso di Bossi» e che invece ha generato solo un buco finanziario da un miliardo e 875milioni di vecchie lire, con tanto di condanna (bancarotta fraudolenta) per l’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Enrico Cavaliere, già parlamentare della Lega.  Poi si potrebbero citare i casi di gente come Gianluigi Soardi, ex presidente dell’azienda del trasporto pubblico veronese Atv (ma pure sindaco leghista di Sommacampagna), che si dimise per una storia di spese gonfiate.  Oppure Alessandro Costa, che da assessore alla sicurezza di Barbarano Vicentino fu indagato per sfruttamento della prostituzione, dato che gestiva siti di annunci porno. E Camillo Gambin? Il leghista di Albaredo d’Adige (ancora nel veronese) finì agli arresti domiciliari per una storia di falsi permessi di soggiorno rilasciati in cambio di denaro. Della serie: da una parte me la prendo con gli immigrati e  dall’altra ci marcio sopra.

IMBROGLI PADANI IN SALSA EMILIANA – Infine i fattacci che provengono dall’Emilia, dove la Lega ha ancora poco potere eppure sembra già aver imparato come va il mondo. Su tutti spicca l’ex assessore provinciale all’Ambiente di Piacenza, Davide Allegri, accusato di concussione e abuso d’ufficio per appalti legati al fotovoltaico. Ma c’è anche la storia del vicesindaco di Guastalla (Reggio Emilia), Marco Lusetti, finito nel mirino per irregolarità nella gestione dell’Enci (Ente nazionale per la cinofilia) di cui era commissario ad acta: aveva infatti ordinato bonifici a se stesso usando soldi dell’ente per 187mila euro, per la verità poi non incassati. E che dire dell’ex capo della lega emiliana, Angelo Alessandri, che si era fatto pagare dal partito le multe da 3mila euro per eccesso di velocità o per transito in corsie riservate? Senza dimenticare altre vicende che hanno coinvolto consiglieri e candidati regionali che qualche anno fa non avrebbero consegnato rendiconti trasparenti delle spese elettorali. A questo punto appaiono quasi dei peccatucci veniali i casi di imbrogli in salsa leghista che non comportano la malversazione di fondi pubblici. Per esempio, le storie dei titoli di studio fantasma vantati dal già citato Belsito e da Monica Rizzi. Oppure l’indagine in cui quest’ultima è coinvolta, da assessore lombardo allo Sport, per aver confezionato dossier illeciti contro altri esponenti lumbard e in favore dell’elezione di Renzo Bossi al Pirellone. Cara Monica, verrebbe da dire, valeva la pena fare tutta questa fatica per il «trota»?

Ulisse Spinnato Vega

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