lunedì, 23 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Al posto del curriculum sono richieste le credenziali dei social network
Pubblicato il 13-03-2012


Fa sensazione la notizia raccontata qualche giorno fa in un lungo servizio da Msnbc, secondo cui diverse pubbliche amministrazioni, enti e università americane stanno chiedendo ai candidati per un lavoro oppure agli studenti del college di poter ispezionare i loro profili Facebook e Twitter o addirittura di cedere nome utente e password di tutti i social account cui sono iscritti. Valgono più i post in bacheca delle esperienze sul curriculum vitae? In molti casi sembrerebbe di sì, se si considera peraltro che ormai sempre più spesso i selezionatori cercano notizie in rete sui potenziali assunti già dopo il contatto iniziale o addirittura ancor prima del colloquio di lavoro.

LA POLEMICA NEGLI STATES – In Usa hanno fatto discutere i casi del Department of Corrections (il dipartimento che si occupa della sorveglianza dei detenuti) nel Maryland o della polizia della North Carolina che ha chiesto le credenziali di accesso ai social network ad alcuni aspiranti dipendenti amministrativi, mentre la University of Carolina ficca il naso nei profili web degli studenti che praticano una disciplina sportiva e in Minnesota è scattata una causa tra una scuola e una studentessa di appena 12 anni che postava commenti negativi sull’istituto nella sua pagina Facebook. Le prime denunce hanno scatenato la reazione dell’American civil liberties union (Aclu) che parla di metodi da regime totalitario e da Grande Fratello orwelliano, incompatibili con gli standard democratici americani e con le garanzie del Primo emendamento.

LE TUTELE ITALIANE – «In Italia c’è innanzitutto l’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori che vieta all’azienda di indagare sulle opinioni dei dipendenti e di fare accertamenti in fase di preassunzione – dice all’Avanti!online Olimpio Stucchi, avvocato lavorista e socio dello studio legale LabLaw – A meno che non si tratti di circostanze rilevanti rispetto alle attitudini professionali del candidato. Tuttavia la tematica è vasta e vaga e ci sono alcune eccezioni legate a mestieri con connotazioni particolari, come le guardie giurate o il personale delle carceri, che richiedono accertamenti, ad esempio, sui precedenti penali e giudiziari». Ma comunque, osserva Stucchi, «una cosa è indagare su fatti specifici in relazione alla professionalità, un’altra è chiedere o addirittura imporre la cessione delle chiavi di accesso ai social network dell’individuo: in linea generale si tratta di dati totalmente coperti da privacy» .

LA PSICOSI TERRORISMO – La pretesa sarebbe più ragionevole se arrivasse da «aziende con problematiche speciali, tipo quelle che lavorano nel settore Difesa», spiega il membro dell’Agi (Associazione giuslavoristi italiani). E il pensiero corre subito a colossi strategici come Finmeccanica. Eppure negli Usa finora il problema ha riguardato più amministrazioni ed enti pubblici che non imprese. «Gli Stati Uniti sentono ancora molto la minaccia terroristica e si ritiene che i social network possano diventare un canale per individuare soggetti potenzialmente pericolosi e così prevenire problemi altrimenti non rimediabili – chiarisce Stucchi – La questione in Italia invece è meno avvertita, mentre forse un’idea del genere potrebbe venire a qualche imprenditore che vuole conoscere opinioni e abitudini dei suoi dipendenti prima di assumerli».

PRIVATI, MA NON TROPPO – In ultima analisi il vero tema è quello della natura dei social media: diari privati, spazi di condivisione ristretta oppure piazze telematiche di socialità vera e propria e quindi teatro di atti sostanzialmente «pubblici»? Bisognerebbe in questo caso distinguere tra i vari network e nondimeno vagliare le possibilità tecnologiche di filtrare o allargare la fruizione dei contenuti. Sottili questioni che peraltro sono in evoluzione tecnologica spesso troppo rapida per le normative che inseguono con affanno. Stucchi chiude: «Un anno e mezzo fa ci fu la vicenda di un dipendente che venne licenziato perché sul profilo Facebook aveva insultato l’amministratore delegato dell’azienda. In quel caso, però, non era stato il datore a spiare, ma un collega “amico” che aveva avuto legittimamente accesso al contenuto e poi aveva riferito dell’insulto. Dunque, nessuna violazione della privacy». Morale? I social network sono appunto «social» e vanno sempre usati con grande accortezza.

Ulisse Spinnato Vega

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