lunedì, 21 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Eutanasia a domicilio in Olanda, Ass. Scienza & Vita: «In Italia non può e non deve avere spazio»
Pubblicato il 06-03-2012


La “dolce morte” adesso è anche a domicilio. In Olanda infatti ha preso il via un programma di unità mobili che girano il Paese per rispondere alle richieste dei malati terminali. Una prima iniezione fa addormentare profondamente il paziente, e la seconda iniezione ferma cuore e respiro. Sulla controversa iniziativa ha espresso tutta la sua riprovazione e dissenso il dottor Lucio Romano, presidente dell’Associazione Scienza & Vita.

In Olanda l’iniziativa ha avuto grande successo, con 60 chiamate nel giro di 48 ore. Crede che in Italia l’iniziativa verrebbe accolta allo stesso modo?

Assolutamente no. Attenzione perché quanto viene da Belgio e Olanda è la testimonianza di un piano scivoloso: sollevare dolore e sofferenze porta alla legalizzazione dell’eutanasia. Esempio lampante di questa deriva è la vendita in farmacia di un apposito kit da poter utilizzare in assenza di un medico. Credo che in una civiltà come quella italiana questo non possa e non debba avere alcuno spazio. Esprimo dissenso nei confronti di questa proposta. Siamo contro ogni forma di accanimento.

In Italia, l’eutanasia attiva non è prevista a livello normativo ed è perciò assimilata all’omicidio volontario (articolo 575 del codice penale). È giusto così o serve un quadro normativo di riferimento per riconoscere le attenuanti del caso?

Abbiamo bisogno di una legge nuova. Penso che possa andar bene quella che è attualmente in discussione al Senato e che si prefigge lo scopo di assicurare la migliore assistenza al paziente terminale senza ricorrere a trattamenti eutanasici: impedisce di fatto l’eutanasia e l’accanimento. Dobbiamo evitare derive tipo quelle belga e olandese.

Sul vostro sito parlate di “cause psicologiche e sociali che possono indurre il malato a guardare alla morte come all’unica via d’uscita”. Potrebbe chiarire meglio il concetto?

Nelle situazioni di particolare solitudine e abbandono, nelle situazioni dove si assiste ad uno stato clinico di pazienti terminali o gravi disabilità, è ovvio che la mancanza di assistenza può portare la persona a una situazione di disperazione. C’è la necessità di creare una rete sempre più larga di assistenza e di aiuto e di supporto nei confronti delle persone, ma anche dei familiari, che provvedono alla loro assistenza. Si richiede quindi una maggiore e migliore organizzazione nell’ambito delle politiche sanitarie e degli interventi finanziari per un miglioramento delle situazioni familiari.

Perché, secondo lei, sarebbe eticamente sbagliato togliere la vita a una persona che sta soffrendo?

In realtà il fondamento della relazionalità umana sta nel difendere la vita  degli altri, nella condivisione sociale e nella responsabilità nei confronti del prossimo.

Impedire la sofferenza, quando possibile, non fa parte dei doveri di un medico?

E’ innanzitutto una responsabilità di chi sta vicino alla persona che soffre, è un carico sociale di cui tutti devono occuparsi. I malati vanno curati e assistiti in un’ottica di responsabilità.

La vostra è una visione cattolica?

Non è un problema di sacralità della vita, ma è anzi inerente a una valutazione profondamente laica della visione della vita.

Secondo lei è più grave l’eutanasia o l’accanimento terapeutico?

Sono tutte e due forme opposte e non condivisibili, che negano la dignità intrinseca di ognuno, per quanto gravi siano i suoi disagi. Ogni intervento sproporzionato non risponde né a criteri medici né etici.

Raffaele d’Ettorre

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