martedì, 12 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Fukushima, il governo pensava di evacuare Tokyo. Farruggia: controlli e ispezioni non fatti
Pubblicato il 01-03-2012


Durante le fasi più critiche del disastro nucleare della centrale Fukushima in Giappone conseguente allo tsunami dello scorso anno, il governo nipponico valutò la possibilità di evacuare Tokio. È quanto emerge da un’indagine indipendente della “Rebuild Japan Initiative Foundation” in pubblicazione nei prossimi giorni, i cui risultati sono stati resi noti dal New York Times. Dal rapporto dell’organizzazione risulta che ci fu una grande confusione nelle comunicazioni tra il capo del governo, Naoto Kan, il quartier generale del gestore dell’impianto, la Tokyo ElectricPower (Tepco) e il direttore della centrale, Masao Yoshida.

Il direttore, rifiutandosi di abbandonare la centrale e raffreddando i reattori con l’acqua del mare ha evitato che esplodessero, rilasciando una scarica di radiazioni tale da raggiungere le altre centrali nucleari della zona, innescando una violentissima reazione a catena. In questo modo, pur disubbidendo agli ordini della società, Yoshida ha evitato che il disastro coinvolgesse Tokio, a soli 150 migliaa sud di Fukushima. A spiegare le motivazioni di questa decisione è Alessandro Farruggia, autore del libro “Fukushima. La vera storia della catastrofe nucleare che ha sconvolto il mondo”, edito da Marsilio, in uscita il 7 marzo.
 

Cosa avrebbe comportato l’evacuazione della città di Tokio?

Avrebbe comportato un enorme danno per il Paese, ma il primo ministro Naoto Kan rigettò l’ipotesi, come si oppose all’idea di abbandonare la centrale a sé stessa. Kan disse che aveva intimato alla Tepco di mantenere il personale nella centrale perché la società aveva creato il problema e la società doveva risolverlo. Così è stato, anche se è mancata un’organizzazione adeguata da parte della Tepco e dell’intera filiera nucleare. L’ipotesi di evacuare zone più ampie rispetto a quanto è stato fatto era prevista perché la dispersione in atmosfera delle sostanze nocive è stata ampia e la contaminazione è stata forte soprattutto nelle zone dove si sono verificate precipitazioni di pioggia o neve. La nube è passata anche sopra Tokio ed è stata una fortuna non aver perso anche la città.

Cosa sarebbe successo se il direttore della centrale avesse obbedito all’ordine di evacuazione proveniente dalla Tepco?

Abbandonare i 3 reattori e le 4 piscine avrebbe fatto si che la fusione si sarebbe completata e il nocciolo dei 3 reattori sarebbe sprofondato nel terreno con successivo rilascio all’esterno di sostanze nocive. Le piscine sarebbero andate in ebollizione, rilasciando grandi quantità di radiazioni nell’atmosfera: in questo caso la contaminazione sarebbe stata più grande. Tra i mille errori della Tepco bisogna però ricordare l’eroismo dei dipendenti e del direttore. Per la cultura nipponica l’atteggiamento dei dipendenti è stato rivoluzionario: sono stati bagnati i reattori con acqua salata, nonostante il divieto della società, pur sapendo che una volta raffreddati sarebbero stati inutilizzabili e quindi da dismettere. Così facendo però si è evitata una catastrofe di dimensioni nettamente maggiori.

Cosa ha implicato per il direttore questa disubbidienza?

Non ci sono state per lui conseguenze, anche se è stato un gesto molto grave e difficile da comprendere. Probabilmente il direttore si è permesso un comportamento del genere perché aveva studiato ingegneria nella stessa facoltà del premier, che gli fece visita per constatare la situazione della centrale e probabilmente tra di loro ci fu un accordo tacito. Il direttore successivamente si è dimesso perché malato di cancro, la cui causa è ancora controversa: non si sa se è dovuto all’incidente o allo stress per la gestione del disastro.

Qual è la situazione delle centrali nella zona?

Fukushima è in fermo a freddo ed è relativamente sotto controllo. C’è una grande quantità di radioattività in un reattore danneggiato e altri reattori sono fessurati, quindi la contaminazione ambientale è già avvenuta. I reattori delle centrali vicine sono in buona condizione, hanno riportato qualche danno a causa del terremoto, ma, grazie a una serie di accorgimenti progettuali, l’incidente non è paragonabile. Il Giappone ha deciso di chiudere una centrale ad alto rischio sismico, ma il nuovo Governo non ha intenzione di uscire dal nucleare. Probabilmente il comparto industriale ha fatto pressione per continuare a poter utilizzare questo tipo di energia.

Ad oggi la popolazione è al sicuro da incidenti come questo?

Uno dei problemi che emergono quando si parla di energia nucleare è l’opacità del processo decisionale e dei controlli a garanzia della popolazione. Nel caso di Fukushima le informazioni sono state fornite in ritardo. Il Giappone ha a disposizione un sistema, chiamato SPEEDI, che permette di conoscere gli spostamenti della nube e quindi decidere dove evacuare i cittadini. In questo caso il sistema non è stato utilizzato e quindi non sono state fatte evacuazioni necessarie in luoghi dove gli abitanti sono stati esposti inutilmente a radiazioni. In queste condizioni è difficile per la popolazione fidarsi, non tanto della tecnologia, ma dell’uso che ne viene fatto.

Che uso ne viene fatto dalle autorità?

Le tecnologie ci sono, ma non c’è piena trasparenza. Anche con gli strumenti per ridurre gli effetti delle radiazioni, la preoccupazione principale per le istituzioni resta non allarmare e tenere all’oscuro la popolazione. È stato detto che i dati del sistema SPEEDI, gestito dal ministro dell’Industria, non erano attendibili, ma intanto i giapponesi li fornivano alla marina militare statunitense che ne conosceva l’esistenza. L’obiettivo principale era comunque non allarmare la popolazione, anche per ridurre i costi, ad esempio, dell’evacuazione.

Che aspetti ha approfondito il suo libro rispetto all’incidente?

È documentata una grande quantità di omesse ispezioni o di violazioni normative contestate alla Tepco. La società ha risposto con un certo ritardo alle richieste formulate dal ministero dell’Industria. Ad esempio un mese prima del disastro gli era stata contestata l’omissione di un’ispezione di oltre 50 componenti, come pompe del reattore e quadri elettrici, in due centrali. Pochi giorni prima dell’incidente era stata contestata dal ministero l’insufficienza dei piani di controllo e delle ispezioni e venne ordinato alla Tepco di effettuare i controlli entro il 2 giugno 2011, ma la tragedia è avvenuta prima. Non è un caso che il disastro sia avvenuto lì: sono stati fatti una serie di errori progettuali e protocolli di manutenzione tali che, in casi eccezionali come lo tsunami, l’incidente non poteva essere evitato.

Martina Perrone

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