mercoledì, 20 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Ho perso i brufoli giocando
Pubblicato il 29-03-2012


”Che tajio, bella pe’ te, me sto a tajià, bella pe’ me, da paura, a mitico, scialla, bella zì, bella fratè, bella sorciè, a li mortè!” Uno studio, anzi un mio studio, ha constatato che il 30% delle parole inserite in una normale frase enunciata da un qualsiasi giovane romano d’oggi contiene almeno uno dei neologismi sopra citati. Ma con questo non volevo dire assolutamente nulla, infatti ora racconterò di quando ero piccolo e presuntuoso e pretendevo di saper fare tutto. Oggi per fortuna sono cresciuto, e ad essere grandi e presuntuosi ogni tanto ci si guadagna pure. Circa una decina di anni pensavo di essere il più  bravo di tutti, pensavo di sapere più di tutti di musica, di essere il più “sghicio”, di essere il numero uno. Oggi penso esattamente le stesse cose, semplicemente che sono cresciuto e me lo tengo per me. Dalle parti di piazza Navona c’era un locale, anzi ”Il Locale”, storico palcoscenico per band affermate o semi affermate romane. Su  quel palco sono cresciuti e poi sbocciati quasi tutti i più famosi cantautori della scena musicale romana anni ’90, da Daniele Silvestri ai Tiromancino solo per citarne un paio. Io ero l’ultimo, l’ultimo in fondo al bar per intenderci, e guardavo e scrutavo pensando ”ammazza che fighi tutti questi”: cantanti, attori, artisti, gente misteriosa e affascinante. Il locale conobbe periodi di grande gloria, e nel momento del decadimento totale finalmente si accorsero di me: potevo fare il dj una volta a settimana dopo i concerti. Le prime volte andarono lisce come l’olio: appena un gruppo staccava di suonare entravo in scena io su in consolle, un banco di regia da svariate miglia di euro con tantissimi pulsanti e pirulini che solo per trovare la levetta del volume mi toccò chiamare il tecnico. La scaletta era sempre la stessa, difficile sbagliare: Strokes, Velvet Underground, Bloc Party, Mando Diao, sempre la stessa sequenza tanto andavo sul sicuro. Una sera mi dissero che a suonare sarebbe stato un famoso gruppo punk, e che quindi la scelta della musica dopo il concerto doveva essere attinente ai gusti di questi punkettoni. Circondato da svariate decine di persone attacco subito con un paio di pezzi, e tutti: ”Aho bella pe’ te!”. Ballavano tutti come pazzi e mi strizzavano l’occhio. Emozionatissimo, con le gambe che tremavano, ero al settimo cielo, sempre più in alto, sempre più gasato che il mio bel birrozzo da mezzo litro mi si rovescia tutto sulla mega consolle a causa di un mio saltello imprudente. Da Dio mi son sentito immediatamente un piccolo nerd sfigato, quale ero. Dalla consolle è schizzata una scintilla, la musica si è spenta. Poi il cortocircuito e tutte le luci del locale che si sono accese. La consolle si ruppe del tutto, la serata, appena cominciata, finì, la gente se ne andò, io non feci più il dj, quel locale dopo pochi giorni chiuse per sempre. Ed oggi, dopo svariati anni, poco è cambiato. Anni fa decisi poi che volevo lavorare dietro un bancone e allora mi iscrissi a un corso per bartender, cosa assolutamente inutile. Spesi infatti una marea di soldi per non averci capito nulla. Finito il corso ci ritrovammo a casa di amici, e per dimostrare i miei nuovi saperi iniziai a preparare cocktail inesistenti per tutti quanti e feci un errore così stupido. Alla richiesta di un banalissimo Rum e Coca, presi il rum e lo shakerai assieme alla coca cola causando una potente esplosione che fracicò completamente me e tre quarti dei miei amici. ”A Paco, a li mortè!”. Infatti le bevande gassate non si shakerano.  Ma questi sono solo banali esempi, solo una piccola parte di vita vissuta alla ricerca di qualcosa che forse era meglio non cercare perché non mi apparteneva. Cosa voglio, cosa vogliamo, oggi è più che mai un mistero. Spesso si intraprendono strade che sono solo compromessi, e mai quello che uno veramente cerca. Io però non mollo, e continuo a fare una marea di stupidaggini, continuo a giocare d’azzardo, sperando prima o poi di azzeccarne una. La convinzione di essere immortali, che un domani ci sarà sempre, e che a tutto c’è quasi sempre un rimedio, spesso è la causa dei miei fallimenti. Una vita spesa all’azzardo, come un gioco d’azzardo, sperando che una volta giri bene: ma come ci insegnò il grande Vittorio De Sica: “Al vero giocatore interessa solo perdere!”

Paco Cianci

Scrittore - InterRail: italiani prove di fuga!

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