sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Il «patto di stupidità» dei Comuni paralizzerà l’Italia
Pubblicato il 06-03-2012


Ammonta a una quarantina di miliardi il volume di investimenti mancati che comuni e province potrebbero attivare. Un tragico paradosso, se si pensa che a questo potenziale inespresso corrispondono recessione, soldi che non girano, imprese strangolate da fatturati che crollano o da crediti che non riescono a recuperare. Eppure è così: ci sono 33miliardi di residui passivi (dato 2009) solo per le città capoluogo che consentirebbero ai sindaci interventi sul territorio in grado di alleviare la condizione delle aziende e degli artigiani locali, dando una boccata d’ossigeno al sistema Italia.

IL PATTO CHE LEGA LE MANI – Invece gli amministratori hanno le manette ai polsi, manette con un nome ben preciso: Patto di stabilità interno. Dalla Finanziaria 1999 lo Stato chiede agli enti locali di accompagnarlo sul percorso di risanamento e di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica per cui l’Italia si è impegnata di fronte all’Europa. C’è un rapporto percentuale tra spesa corrente e spesa in conto capitale (investimenti) che non può essere sforato e questo parametro (seppur un po’ ammorbidito) val bene anche per gli enti virtuosi. Risultato? I comuni italiani – che peraltro rappresentano il livello di governo dal comportamento finanziario migliore, hanno appena 48miliardi di debito e sono i più bravi a generare investimenti – non possono usare gli avanzi di gestione per attivare opere che sarebbero facilmente cantierabili o che sono già cantierate. E non possono nemmeno pagare, pur avendo accantonato le risorse, lavori o forniture già ricevute dalle imprese (l’uso dei già citati residui passivi).

L’ANCI SUL PIEDE DI GUERRA – Matteo Renzi, sindaco di Firenze, lo chiama «patto di stupidità» e lamenta gli 11miliardi cash che le città non possono utilizzare. I primi cittadini di ogni colore politico la pensano come il «rottamatore» del Pd e l’Anci chiede da anni un allentamento che consenta di utilizzare almeno 4 o 5miliardi di euro. Ma gli ultimi governi, concentrati più sul rigore dei conti che sulla crescita, non hanno mai voluto sbloccare i denti della tagliola. Prima di andarsene, l’esecutivo Berlusconi ha scritto la nuova disciplina del Patto per il triennio 2012-2014 (legge di Stabilità 183/2011), tuttavia il presidente Anci Graziano Delrio continua a denunciare uno «stupido» fanatismo sul rigore che finisce per strozzare l’economia e far fallire le imprese. Il settore più colpito, in tal senso, è l’edilizia che non a caso ha smarrito la sua efficacia anticiclica (la capacità di andare controcorrente rispetto a congiunture negative) e ha visto sparire qualcosa come 300mila posti di lavoro nell’ultimo quinquennio, un quarto del totale degli occupati del comparto.

IL PD SI RIBELLA – In ogni caso, le novità del nuovo Patto sono rilevanti. Dal 2013, infatti, il meccanismo riguarderà non soltanto province e comuni con oltre 5mila abitanti, ma i municipi con almeno mille abitanti e le aziende speciali. Dal 2014, invece, saranno assoggettate alle regole del Patto di stabilità interno le unioni di comuni formate dagli enti con popolazione inferiore a mille abitanti. Il dibattito però ferve e il Pd, ad esempio, proprio ieri ha chiesto di ripensare il nuovo vincolo: «Per i piccoli comuni, con popolazione inferiore ai 5mila abitanti – si legge in un documento pubblicato sul Forum web delle politiche locali del partito – l’introduzione del Patto di stabilità con queste regole significa rendere praticamente impossibile la vita amministrativa quotidiana anche in considerazione della maggiore rigidità che caratterizza il loro bilancio. L’obiettivo dovrebbe essere lo stralcio di questa norma o, quantomeno, l’applicazione del Patto con regole semplificate». Proprio oggi pomeriggio Delrio incontrerà il premier Mario Monti a Palazzo Chigi per l’ennesimo round di discussione comuni-governo. Obiettivo? Rendere il Patto un po’ meno stupido.

Ulisse Spinnato Vega

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