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Opinioni e commenti
 

Il vecchio “portaborse” lascia spazio all’assistente parlamentare
Pubblicato il 05-03-2012


Aumento delle tasse per mettere in sicurezza il bilancio pubblico, incentivi alla crescita economica, maggiore trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione, riduzione della spesa pubblica, soprattutto laddove questa si configuri come ingiustificato spreco. Sono queste le linee di azione a cui dichiarano di ispirarsi il governo Monti e le forze politiche che lo sostengono. Eppure, in materia di trasparenza della spesa pubblica, con particolare riferimento alle indennità dei parlamentari e al compenso e all’inquadramento dei loro collaboratori, sembra che finora si sia fatto poco e male.

NON PIU’ SEMPLICI PORTABORSE – Quelli che una volta erano volgarmente definiti “portaborse”, oggi sono in gran parte professionisti che da un lato coadiuvano il politico nella sua azione parlamentare e dall’altro lo aiutano a relazionarsi con il mondo esterno e i mass media. I collaboratori devono pertanto conoscere bene la macchina legislativa ed essere bravi comunicatori. E, tuttavia, non esistendo un inquadramento specifico per loro, i più fortunati ottengono al massimo un contratto a progetto per la durata della legislatura, altrimenti finiscono inquadrati impropriamente come autisti o colf, o addirittura pagati in nero.

Fino a poco tempo fa i parlamentari ricevevano a forfait circa 4mila euro mensili per pagare i propri assistenti. Non sussistendo a carico del parlamentare alcun obbligo di rendicontazione, difficilmente i fondi ricevuti erano interamente utilizzati per pagare i propri collaboratori. Oggi, dietro la spinta dell’opinione pubblica, gli Uffici di Presidenza di Camera e Senato hanno obbligato i membri delle Camere, ma solo fino alla fine della corrente legislatura, a giustificare il 50% dei fondi ricevuti dallo Stato. Ma, con un escamotage: adesso infatti i parlamentari possono giustificare il 50% dei fondi ricevuti anche con spese per ricerche, convegni, consultazione di banche dati, consulenze, gestione dell’ufficio e attività politica.

ADOTTARE IL SISTEMA EUROPEO – Inoltre, una proposta di legge sull’inquadramento e il compenso dei collaboratori dal contenuto molto vago giace da tempo in Parlamento. Di fatto oggi non è cambiato nulla. Uno di loro, che ha preferito rimanere nell’anonimato, afferma: “Quello a cui dobbiamo ispirarci è il modello del Parlamento Europeo, dove esiste una sola tipologia contrattuale con l’indicazione di precisi livelli retributivi. Lì, il parlamentare ha la facoltà di indicare una o più persone di sua fiducia, ma i soldi per il pagamento della prestazione dei collaboratori non passano per le sue tasche. E’ infatti un apposito fondo, gestito dal Parlamento Europeo, che paga direttamente i collaboratori. I parlamentari europei, una volta indicati i riferimenti del proprio collaboratore, non vedono un soldo”.

Ma la vera ragione per cui in Italia non si è ancora introdotto il modello europeo è un’altra: “Manca la volontà politica, perché i soldi che il parlamentare riceve per pagare gli impiegati nella sua segreteria, in realtà sono in buona parte destinati a troppe voci, tra cui anche il finanziamento dei gruppi parlamentari e dei partiti”, come se non bastassero i rimborsi elettorali e in spregio alla trasparenza reclamata dall’opinione pubblica. Inoltre, aggiunge ancora il nostro informatore “agli interessi dei partiti si sommano, ingiustamente, quelli dell’amministrazione e dei dipendenti di Camera e Senato che hanno sempre visto nei collaboratori parlamentari un potenziale fattore di rischio per l’ampliamento degli organici. Ma non è così, perché in realtà non vi è alcun rischio di stabilizzazione. Se adottassimo il modello di Bruxelles, il rapporto tra parlamentare e collaboratore resterebbe un rapporto di natura fiduciaria e comunque temporaneo”.

DIGNITA’ ALLA FIGURA PROFESSIONALE – Conclude ancora il nostro: “Occorre una iniziativa seria che denoti, dopo anni di impegni vacui, la volontà politica di affrontare questo problema. Adottare il sistema europeo significa attuare la trasparenza richiesta a gran voce dall’opinione pubblica”. Come già avvenuto in Europa, diamo dunque dignità alla figura professionale dei collaboratori parlamentari, riconoscendo una volta per tutte che si tratta di una categoria che non può essere ulteriormente sfruttata e di cui la classe politica ha bisogno.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Pienamente condivisibili le argomentazioni del collaboratore parlamentare che preferisce l’anonimato. Amara riflessione: se i parlamentari trattano i propri “portaborse” con tanto cinismo, figuriamoci quale attenzione possiamo aspettarci da loro verso i cittadini e gli elettori!!!!!

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