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Opinioni e commenti
 

Ingroia: «L’allusività mafiosa del figlio di Provenzano, la mediaticità per quello di Ciancimino»
Pubblicato il 17-03-2012


Due figli a confronto. Due vite distinte e distanti ma scandite entrambe da frequentazioni mafiose. Due persone eredi di personaggi del calibro di Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. E’ questa l’immagine, “istruttiva” quanto allucinante, che è saltata agli occhi dei milioni di spettatori che hanno seguito la puntata del 15 marzo di “Servizio Pubblico”, il programma di Michele Santoro che giovedì ha messo l’accento sulle vicende di mafia che hanno portato alla morte di Paolo Borsellino, alla deriva terroristica di Cosa Nostra e alle problematiche emerse nei processi legati a quel periodo. Titolo quanto mai esplicativo della puntata: “La Verità”. Quella cercata in anni e anni di indagini e processi, ma anche quella messa in discussione dai figli di padri “eccellenti” come Provenzano e Ciancimino. Oppure quella discussa con fervore e passione dagli ospiti in studio Claudio Martelli, Walter Veltroni, Salvatore Borsellino e Antonio Ingroia. A fare il punto sulle verità emerse e quelle taciute in e fuori onda è stato, in esclusiva per l’Avanti!online, proprio il Procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia.

Cosa differenzia e cosa accomuna Angelo Provenzano e Massimo Ciancimino?

C’è una differenza di fondo. Il figlio di Provenzano si è aperto per la prima volta ai media, ma sembra aderire a quella cultura del non detto e della reticenza allusiva tipica del linguaggio mafioso. Ciancimino invece ha fatto sua una cultura della parola e del linguaggio, trasformandosi anche in fenomeno mediatico, perché ha fatto la scelta di utilizzare la sua presenza apertamente. È vero che a volte ha detto cose di cui non era neanche del tutto certo, secondo una cultura che definirei della “chiacchiera”, certamente non in linea con lo spirito mafioso o con Angelo Provenzano, più fedele al padre. In questa scelta Ciancimino ha chiuso con la cultura paterna, familiare, però cadendo paradossalmente nell’eccesso opposto, della parola a vanvera, restando a volte vittima di dichiarazioni non supportate da prove.

Ha definito “mafioso” l’atteggiamento di Angelo Provenzano.

Il suo comportamento e il modo di esprimersi era allusivo, un dire – non dire, quasi minacciare. Il suo atteggiamento mi è parso perfettamente in linea con la cultura mafiosa, in considerazione anche del fatto che la formazione di questo ragazzo è avvenuta secondo i canoni dell’ambiente da cui proveniva il padre.

Angelo Provenzano ha detto che il padre è stato mitizzato per via della latitanza e che, se fosse durata meno, avrebbe permesso di scontare una pena inferiore.

Chi è che ha scelto di essere latitante? È stato lo Stato a costringe Bernardo Provenzano alla latitanza? Se questa era anche la convinzione del padre, avrebbe potuto costituirsi prima, facendo i conti con la giustizia molto tempo fa.

Cosa intende dire Angelo secondo lei quando afferma che i suoi 16 anni di latitanza li deve al padre “forse si e forse no”?

Non mi piace fare il gioco degli indovinelli. Se Angelo Provenzano ha qualcosa da dire lo dica apertamente, siamo pronti ad ascoltare.

Cosa ne pensa del supposto decadimento neurologico e delle richieste di cura per il padre?

Credo che sia legittimo da parte di ogni familiare di qualsiasi imputato richiedere maggiori verifiche e accertamenti clinico-sanitari, come è legittimo che un figlio abbia a cuore la salute del proprio padre. Da parte dello Stato è stato fatto tutto il necessario, non c’è stata nessuna compressione dei diritti di Provenzano. Per scrupolo ulteriore, sono state fatte nuove perizie da parte di medici specialisti più che competenti e l’esito fino a oggi è stato di riconoscere condizioni certo non di massima salute, ma nessuna delle patologie riscontrate è tale da determinare la scarcerazione per incapacità di intendere e di volere.

Angelo Provenzano ha detto del padre: «Se è così scomodo qualcuno abbia il coraggio di istituire la pena di morte, anche ad personam».

Sono espressioni forti che credo siano comprensibili solo perché provenienti da un figlio preoccupato per la salute del padre e non rassegnato alla condanna all’ergastolo. Bernardo Provenzano è stato condannato a vita, non a morte, secondo la pena dell’ergastolo prevista come idonea nell’ordinamento italiano. E mi sembra una giusta pena per tutti gli omicidi di cui si è macchiato durante la sua carriera criminale.

Cosa intendeva dire il figlio di Provenzano con il riferimento al posto vacante sul “trono” di Cosa Nostra?

È difficile l’esegesi dell’intervista di Provenzano. In generale ci sono una serie di cose che potrebbero apparire come messaggi mirati. Se venissero da un mafioso direi che si tratterebbero senza dubbio di messaggi mafiosi. Finora non abbiamo nessun elemento di prova che faccia pensare ad un suo eventuale inserimento in ambito mafioso. Però indubbiamente il suo linguaggio è allusivo.

Chi sarà quindi secondo lei a prendere il posto di capo di Cosa Nostra?

Sicuramente Messina Denaro è il latitante più pericoloso che c’è oggi in circolazione. Non ha tuttavia, a mio parere, la caratura per diventare il capo della mafia siciliana. Sono convinto che il capo di Cosa Nostra sia ancora Salvatore Riina. Non c’è stata un’effettiva successione e ritengo che non ci siano in libertà personaggi che possano essere reggenti. Non c’è in questo momento un capo incontrastato.

Che bilancio farebbe del contributo offerto da Massimo Ciancimino alla giustizia, anche alla luce delle versioni contrastanti spesso date?

Queste sono valutazioni giuridiche e giudiziarie che riguardando procedimenti ancora in corso non mi sento di fare. Alcune testimonianze sono state utili e lo sono tuttora, altre hanno causato un dispendio ulteriore di attività investigativa che ha finito per evidenziare dichiarazioni false e a contenuto calunniatorio. Nel complesso posso dire che hanno portato a indagini doverose rispetto a dichiarazioni almeno in parte utili, che hanno portato a fare passi avanti. Conclusioni definitive sull’utilità generale possono essere fatte solo al completamento delle verifiche.

Martina Perrone

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