martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Con “Romanzo di una strage” l’anarchico Pinelli muore ancora
Pubblicato il 22-03-2012


I veleni del Novecento sono duri a morire. Le ideologie hanno lasciato il posto ad un realismo cinico e beffardo che ci restituisce un Paese invischiato sempre e comunque da ombre e malaffare. La P2, come un serpente al quale si taglia la coda, si rigenera. Con una pelle tutta nuova. Peccato che il cinismo sia sempre lo stesso e non lasci intravedere la luce, una via d’uscita al disagio diffuso e alla degenerazione morale. Romanzo di una strage del regista Marco Tullio Giordana, nelle sale il prossimo 30 marzo, racconta tutto questo ma non solo. La strage di piazza Fontana fa da cornice e metafora al racconto di un Paese che fatica a cambiare, nel quale passano gli anni e le logiche che sottendono a quel “male oscuro” endemico e incurabile sono sempre le stesse, dove in pochi hanno il coraggio per voltarsi indietro e fare dell’autocritica la propria cifra.

MASTANDREA NEI PANNI DI CALABRESI – «Ho rinunciato subito a qualsiasi giudizio ideologico su Calabresi». L’attore Valerio Mastandrea spiega così la chiave della sua interpretazione del ruolo del commissario Luigi Calabresi. «Mi sono concentrato su poche cose: pensare a quell’epoca, a chi allora aveva 32 anni ed era a capo dell’Ufficio politico. Come ragionava, quali erano gli strumenti intellettuali che poteva avere. E poi -prosegue Mastandrea- mi sono lasciato trasportare dal racconto: dopo la morte di Pinelli, questa persona diventa moderna, un uomo che mette in discussione quello che fa. La scelta di Giordana di far nascere emotivamente questo tipo di consapevolezza da parte di un uomo di Stato, di essere stato parte di un ingranaggio sbagliato, e’ audace e ambiziosa».

GIFUNI E’ ALDO MORO – A vestire i panni di Aldo Moro è Fabrizio Gifuni: «Qualche volta ho sentito aleggiare sul set lo spettro terribile e meraviglioso di Gian Maria Volonte’, che ha dato vita a due interpretazioni memorabili in ‘Todo Modo’ di Petri e nel ‘Caso Moro’ di Ferrara. Io ho cercato una mia strada». Ha detto l’attore sottolineando che la figura di Moro «e’ stata in qualche modo fagocitata dai 55 giorni di prigionia e dalla sua uccisione, come se quei giorni finali lo avessero inghiottito per intero». Il Moro di Gifuni è quello di nove anni prima del rapimento, ministro degli Esteri all’epoca della strage di piazza Fontana.

PROFESSIONE BOMBAROLO – 1969: il film si apre con la strage di piazza Fontana a Milano, nella Banca Nazionale e si conclude con l’uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi, finito a colpi di pistola a pochi passi da casa sua. Al centro la morte di Giuseppe Pinelli, anarchico ma non violento, caduto (o spinto) da una finestra della Questura milanese in via Fatebenefratelli qualche giorno dopo la bomba (o le bombe) di piazza Fontana. Dieci minuti di adrenalina pura. La macchina da presa è fissa sul volto di Pinelli e poi si allarga in campo lungo sul manipolo di poliziotti che lo interrogano, lo mettono sotto torchio, con il sangue agli occhi monta l’odio verso un anarchico che all’apparenza sembra abbia poco a che fare con la “professione” di bombarolo.

UN VOLO DALLA FINESTRA GLI FU FATALE – Una luce bianca e implacabile viene puntata su Pinelli. Niente cibo né acqua. Solo le urla degli agenti e lo sgomento che si dipana come una matassa sul volto attonito del sospettato. Trenta ore d’interrogatorio metterebbero in crisi anche il peggiore dei malavitosi. I poliziotti sono esausti, Pinelli è al capolinea ma non molla. Non una parola che sappia anche vagamente di confessione. Schiaffoni piovono pesanti come macigni. Il commissario Calabresi è solo. Solo contro la furia degli agenti spazientiti dagli scarsi risultati. Prova a riportare la calma nell’interrogatorio. Poi il buio. Calabresi è chiamato dal Questore e lascia la stanza. Allora i poliziotti hanno campo libero e si scatena l’inferno. Pinelli è preso a spintoni e trascinato verso la finestra. Stacco su Calabresi che sta discutendo col Questore. La camera stringe sul volto attonito del commissario che sobbalza sentendo all’improvviso un tonfo proveniente dal cortile. In cuor suo è tutto chiaro, troppo chiaro. Si lancia verso la stanza dell’interrogatorio e vede i suoi uomini alla ringhiera della finestra. Il corpo di Pinelli sfracellato sui ciottoli del cortile. Fabrizio De André nel 1973 cantava: «Per strada tante facce/ non hanno un bel colore/ qui chi non terrorizza/ si ammala di terrore/ c’è chi aspetta la pioggia/ per non piangere da solo/ io sono d’un altro avviso/ son bombarolo».

Lucio Filipponio

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