lunedì, 22 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Mostri metropolitani #1
Pubblicato il 22-03-2012


Avevo dodici anni quando il preside della mia scuola media mi chiamò da parte per farmi il classico cazziatone da prete: “Ti ho sentito dire che odi Marco Masini. Sai, l’odio non è un sentimento cristiano, sarebbe meglio dire che non ti piace!”. Grazie per la dritta, preside! adesso ho un buon motivo per coltivare l’odio in modo metodico.

Perché l’odio non è semplice fastidio, non è semplice antipatia. “Chi odia” –  mi insegnano –  “sente che è giusto, al di là di leggi e imperativi morali, distruggere ciò che odia”. Io Masini l’avrei fatto fuori, ma eliminare qualcuno non è facile, specie se hai dodici anni e il tuo budget è di 1000 lire al giorno.

Oggi a Masini non ci penso più: ha già pagato abbastanza per le sue orribili canzoni. In compenso, l’odio continuo a coltivarlo. Ne farei volentieri a meno, ma è più forte di me. E dire che la gente a me piace tanto… il problema, piuttosto, è che non la capisco.

Non capisco, ad esempio, la gente che in metropolitana cerca di uscire dalle scale d’entrata. Sono soli, con una miriade di persone che si muove nella direzione opposta, mentre decine di cartelli li avvisano che il passaggio è vietato. Cos’è che gli sfugge, di preciso? E nessuno li avverte!

– “Ehi, amico, stai cercando di uscire dall’entrata, la folla ti sta travolgendo”

– “Balle! Ancora qualche gomitata e sono fuori!”

Non capisco la gente che corre in banchina per prendere il treno che è appena arrivato, abbattendo ogni ostacolo gli si pari davanti, dal passeggino col neonato al vecchietto traballante col bastone, per poi schiacciarsi in un vagone stracolmo, quando il treno successivo è a soltanto un minuto d’attesa. Sarà un caso, ma questa gente ha sempre con sé enormi zaini, valigette piene di spigoli e accessori vari che possano incastrarsi chirurgicamente fra le costole altrui.

Non capisco quelli che devono scendere al capolinea, ma si piazzano davanti alla porta fin dalla prima fermata, anche se il vagone è vuoto. Mi lasciano perplesso le vecchiette che vogliono il tuo posto e che ti riempiono di improperi se non glielo lasci, anche se ce ne sono altri dieci liberi. Fatico ad accettare quelli che non si sorreggono, e alla prima frenata ti finiscono addosso, per poi tornare alla loro carriera di equilibristi, nella speranza che l’inerzia li grazi, la prossima volta, o almeno li faccia finire su una bella tettona.

Non capisco quelli a cui, quando arriva la tua fermata, chiedi: “Scende alla prossima?” e questi iniziano a fissarti con uno sguardo da: “E a te cosa importa?”, come se avessi chissà quali intenzioni. Non capisco quelli che pretendono di scendere dal treno prima che gli altri cerchino di salire, quando sistematicamente salgono sul treno prima che gli altri siano scesi, e non capisco nemmeno la gente che deve assolutamente leggere qualcosa, anche se lo spazio vitale non consentirebbe di farlo, specie se fra le mani hanno l’ultimo best-seller commerciale del cacchio.

– “Devi leggerlo adesso?”

– “E’ una storia avvincente, voglio sapere come va a finire”

– “Alla fine lei crepa, ora lo chiudi?”

A volte mi chiedo perché questa gente finisca per odiarla. A volte mi chiedo perché me lo chieda.

Gaspare Bitetto

Due di picche

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