martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Nessuna intesa sull’articolo 18
Pubblicato il 22-03-2012


Nessuna intesa sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, uno degli aspetti più importanti della riforma del lavoro. La posizione del Governo di modificare le tutele dei lavoratori prevedendo una diversa disciplina per i licenziamenti economici e per i licenziamenti disciplinari non ha trovato l’accordo di tutte le parti sociali. Il più importante sindacato italiano dei lavoratori con oltre quattro milioni di lavoratori iscritti, la CGIL, ha manifestato la propria contrarietà e la stessa UIL ha manifestato perplessità e necessità di chiarimenti.

NULLA DI NUOVO SOTTO IL SOLE – In particolare, la proposta della Fornero non cambia nulla dal punto di vista del licenziamento discriminatorio, per il quale continua ad essere previsto il reintegro. Per il licenziamento disciplinare per ragioni soggettive sarebbe il giudice a decidere il reintegro o l’indennizzo a seconda delle fattispecie. Ma la modifica piu’ rilevante si avrebbe sui licenziamenti per giustificato motivo economico: qui non sarebbe più previsto il reintegro ma soltanto un indennizzo  omnicomprensivo, compreso tra un minimo di 16 ed un massimo di 27 mensilità, in funzione dell’anzianità di servizio. Si tratta di una proposta evidentemente squilibrata, visto che consentirebbe alle imprese di avviare licenziamenti per motivi economici previo il pagamento di un semplice indennizzo. Si va molto oltre lo stesso modello tedesco,  in cui è il giudice a decidere anche per i licenziamenti per motivi economici.
IL GOVERNO DICE NO – A fronte di una inusuale disponibilità dei sindacati, il Governo ha scelto la rottura. Dopo settimane perse e tante parole al vento, ora sarà predisposto  un verbale sul quale le parti sociali apporranno il proprio accordo o disaccordo. Questo documento dovrebbe poi costituire la base per una legge da discutere in Parlamento. E qui saranno i Partiti a decidere. E finalmente si vedrà quali Partiti realmente tutelano i lavoratori. E le posizioni ed il voto dei vari Partiti sarà ricordato al momento delle elezioni, a partire da quelle amministrative per arrivare a quelle politiche del 2013.

OCCASIONE PERSA – Si è dunque persa una grande occasione per arrivare ad una intesa condivisa per la riforma del mercato del lavoro, creando invece una frattura che sara’ difficile da colmare. In una fase di forte stress sociale, aumento delle tasse, allungamento dell’età pensionabile si andra’ ad innestare un nuovo contrasto sociale. E’ facile infatti prevedere un forte richiamo alla mobilitazione dei lavoratori, quanto meno da parte della CGIL. Una nuova fase di conflittualità sociale che, con opprimente burocrazia, estrema corruzione ed alta imposizione fiscale, crea senz’altro un ambiente propizio per gli investimenti. E se l’obiettivo del Governo era quello di creare un ambiente più favorevole agli investimenti ed aiutare i più giovani a trovare un lavoro, i risultati sono scarsi: da un lato si rendono più facili i licenziamenti e dall’altro non si estendono le esistenti tutele ai dipendenti delle imprese più piccole. Se passasse la riforma Fornero, vi sarebbero minori diritti per tutti i lavoratori. Un ritorno indietro nella storia, non un passo nel futuro.

AS

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Commenti all'articolo
  1. Molti commentatori politici non hanno colto il profondo cambiamento nei rapporti economici che la modifica dell’articolo 18 comporta. Non è in discussione solo la licenziabilità dei lavoratori da parte degli imprenditori. E’ in discussione il potere all’interno delle fabbriche che verrebbe affidato sostanzialmente ai padroni.Sarebbe un ritorno all’800.
    Condivido,perciò,l’analisi e le tesi esposte nell’articolo e mi auguro che ci sia un ripensamento da parte del Governo.

    • I Sindacati ed i Partiti sappiano leggere ed interpretare il malessere dei lavoratori dinanzi alla proposta del Governo: assolutamente necessaria la mobilitazione e la modifica della proposta governativa in Parlamento, soprattutto per il caso del licenziamento per ragioni economiche. Quando iniziano proteste spontanee e conflitto sociale non si sa dove si puo’ andare a finire! I diritti vanno aumentati per tutti, non ridotti!

  2. Caro Alfonso
    condivido la tua analisi che si rischi di aver perso non solo tempo ma una buona opportunità. La conflittualità delle relazioni industriali è un male italico di vecchia data, speriamo che questo governo tecnico contribuisca ad un sistema più moderno ed efficiente. Sono uno di quelli che l’articolo 18 non lo toccherebbe sia per ragioni di principio (licenziare senza giusta causa può essere condivisibile?), sia per il timore di una clamorosa inutilità della sua modifica a fini di attrazione di investimento (con tutte le fattispecie di contratti flessibili che abbiamo, il freno alle imprese estere per installarsi in Italia sarebbe la rigidità del tempo indeterminato?). E’ comunque sempre auspicabile un ragionamento laico anche su questo tema senza tabù.

  3. Caro Alfonso,
    condivido la totalità delle tue osservazioni. Credo sull’art.18 si siano concentrate una serie di aspettative per molti aspetti esagerate. Sicuramente l’attuale riforma del mercato del lavoro rappresenta un primo serio passo verso una equiparazione di diritti tra lavoratori, sia pure in presenza di contratti diversi. Tuttavia bisogna essere consapevoli che una maggiore flessibilità può tradursi in maggior valore in capo alle SOLE aziende oppure in un reale mercato del lavoro in cui le aziende hanno la facoltà di attrarre e valorizzare il capitale umano. Questo però si verifica se le aziende INVESTONO usando la flessibilità come leva del valore aziendale e non come leva di estrazione del valore DALLA azienda. Le norme possono cambiare ma e non cambia il set di valori alla base delle aziende italiane il tutto si tradurrà in un ulteriore guerra tra poveri (i lavoatori) ed un impoverimento delle classe salariata.

  4. Analisi ampiamente condivisibile, al tema del 18 si è attribuita un’enfasi eccessiva che ha oscurato i veri limiti della riforma (al pari delle novità). Fare credere che il 18 sia il principale ostacolo agli investimenti esteri in Italia poi è un atto intellettualmente disonesto, soprattutto se si considerano le enormi difficoltà a mettere mano ai problemi veri, come quello del funzionamento della giustizia…

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