lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Parigi Fashion Week/1
Pubblicato il 05-03-2012


Al prêt-à-porter di Christian Dior, firmato da Bill Gaytten, manca l’assoluta trovata di ingegno consacrante e immortale. Il direttore artistico della maison, per trasfigurare il raccolto e renderlo migliore, tenta inutilmente di ramazzare gli angoli dei manuali di storia della Moda. Il risultato è un sacco pieno di rivisitazioni senza grinta. Una collezione composta prevalentemente da gonne a tubo o a trapezio, soprabiti in tessuto da tappezzeria, abiti sovrapposti, top ricamati, tailleur senza espressione.

Collane a tre pendenti, una borsa piatta e una a busta, due (solo due?) modelli di scarpe, e un parco cromatico impostato sulle tonalità del grigio, del rosa carne, dell’azzurro cenere, e del nero. Ancora una volta Bill Gaytten fatica a seguire la linea della gloriosa tradizione Dior, da sempre basata – prima di questa drammatica parentesi – su convenzioni spericolate connesse con la raffinatezza, secondo le quali John Galliano, pur sfogliando le pagine delle enciclopedie del Costume, fu un travolgente genio tentatore.

Marciano insieme, per la loro suprema abilità a trasformare gli elementi della cultura contemporanea nell’ossigeno vitale che serve alla Moda. Jean Paul Gaultier e Vivienne Westwood, con il fuoco prometeico dell’intuito che li ha resi celebri, mandano in scena rispettivamente due collezioni dedicate all’arte metropolitana dei graffiti, e all’orgoglio britannico pronto a riprender vigore per il giubileo di Elisabetta e per le Olimpiadi di Londra. Gaultier propone la confusione poetica dei muri di Berlino – che fu il simbolo di una realtà culturale e sociale sull’orlo del collasso – sui tailleur a gonna dritta in jacquard graffitato in oro, rame, celeste, arancione, e un armonioso disordine cromatico che si accende sul parka in nylon piacevolmente esaltato da pelliccia.

Da Vivienne Westwood, invece, il gusto tendente al punk e l’accumulo di citazioni settecentesche si ergono a tracciare un sempre nuovo manifesto di stile. Venti centimetri di tacco iperbolico – estremo, difficile da portare – e stivali ricamati a piccolo punto. Bustier, cardigan con le maniche che diventano gambe, pantaloni in pelle, giacche in tessuto patchwork, e il sublime & ricercato caos apparente che, convivendo con la molteplicità di forme, glorifica ulteriormente la iron lady della cool Bretagna.

Passeggiata metropolitana anche da Costume National. Lo stilista Ennio Capasa getta nelle fameliche mascelle dei media una convincente donna post punk che, dopo aver scardinato il classicismo imposto dalla Moda, mischia abilmente eveningwear & streetwear. Parka e giubotti da biker recisi diagonalmente da zip, e il tuxedo – che ha sempre un ruolo privilegiato nel guardaroba della griffe pugliese – dal sapore modernista.

A Parigi, dopo anni di taglie uniche, di gigantismi, e di stratificazioni nipponiche che mortificavano le forme del corpo occultandole, Costume National riduce le proporzioni modellando la figura senza costringerla: pantaloni asciutti, a sigaretta, super skinny, con preziosità in vernice che aderiscono pur non limitando la liberta di movimento. A ennesima conferma del gusto eclettico della sperimentazione, troviamo tessuti opachi illuminati da superfici a specchio riflettenti, abiti fluidi dal volume geometrico, e stivali in vitello spazzolato con tacco in cuoio.

Martina Alice de Carli

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