mercoledì, 15 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Sei gay? In Uganda il pastore “omofobo” Lively ti vorrebbe morto
Pubblicato il 19-03-2012


 

Essere omosessuali in Uganda può costare la vita. Mentre in Italia la Cassazione ha appena sancito pari diritti tra coppie eterosessuali e gay, nel Paese africano – già tormentato da guerra civile, povertà e corruzione – l’omosessualità è punita per legge con sentenze che possono arrivare fino all’ergastolo. Oltre al carcere, chi ama persone dello stesso sesso è quasi sempre emarginato, guardato con disprezzo e a volte perseguitato fino alla morte. Adesso però le cose sembra stiano cambiando O almeno un primo segnale forte è arrivato da un  gruppo attivisti che ha cominciato a ribellarsi. In pochi giorni è diventato un caso caso. La “Sexual Minorities Uganda” (Smug), associazione per i diritti dei gay con sede nella capitale Kampala, ha  intentato una causa per “crimini contro l’umanità” nei confronti di un pastore evangelico statunitense, Scott Lively, considerato pericolosamente omofobo.

IL PASTORE OMOFOBO – Lively, presidente di “Abiding Truth Ministries”, organizzazione cristiana conservatrice, è accusato di «aver condotto, insieme con gli ugandesi, una campagna di un decennio per perseguitare le persone sulla base del loro orientamento sessuale». In particolare il ministro evangelico era in visita in Uganda nel 2009 quando fu messa ai voti la famigerata proposta di legge che proponeva la pena di morte per i gay in determinate circostanze (per esempio in caso di trasmissione dell’Aids al partner).

DALLA PENA DI MORTE ALL’ERGASTOLO – Il provvedimento fu condannato dalla comunità internazionale e non ottenne il via libera del Parlamento, ma ultimamente è stato riproposto in una versione più “morbida”, che prevede però come extrema ratio il carcere a vita per gli omosessuali. Scott Lively, raggiunto dall’ordinanza giudiziaria a Springfield (Massachussetts), è accusato di aver pesantemente influenzato, sia durante la sua visita sia successivamente, la comunità religiosa ugandese e le alte sfere ministeriali con le sue invettive anti-gay, parlando di “movimento genocidario”, “pedofilo” e paragonando gli omosessuali ai “nazisti e agli assassini rwandesi”. L’accusato, citato in giudizio grazie a una legge in base alla quale uno straniero può far causa a uno statunitense per violazione di provvedimenti internazionali, respinge le accuse come “assurde” e “fuori contesto”.

“IMPICCATELI” – La decisione dello Smug arriva dopo un’escalation di attacchi contro la comunità gay ugandese che richiamano alla mente analoghi episodi di discriminazione, in questo caso a sfondo razziale, ai tempi dell’apartheid in Sudafrica o del Ku Klux Klan negli Stati Uniti. A febbraio, per esempio, Simon Lokodo, ministro ugandese per l’Etica e l’Integrità, ha fatto irruzione durante una riunione di attivisti gay nella città di Entebbe, ha disposto la chiusura del locale e ordinato l’arresto dell’organizzatrice, Jacqueline Kasha. Prima ancora, a gennaio 2011, era avvenuto un episodio a dir poco inquietante: David Koto, avvocato dello Smug noto a livello internazionale, venne ucciso dopo che la sua foto era stata pubblicata in un tabloid ugandese, insieme con quella di altri attivisti gay, con la scritta “Impiccateli”.

Luciana Maci

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento