mercoledì, 26 luglio 2017
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Opinioni e commenti
 

Senza Frontiere: quando il cinema denuncia il razzismo
Pubblicato il 05-03-2012


È uscito per le edizioni Kappa “Senza Frontiere – L’immigrazione nel cinema italiano”, di Sonia Cincinelli: l’opera illustra come il cinema d’autore negli ultimi vent’anni ha trattato gli immigrati e il nostro rapporto con loro.

ROM É UGUALE A ZINGARO? – L’autrice ci racconta che il libro è nato in modo “tendenzioso, con l’intenzione di portare avanti un progetto culturale antirazzista”, in particolare contrapponendo l’opera di approfondimento del cinema all’annichilente appiattimento delle semplificazioni sensazionalistiche televisive, secondo le quali “rom” e “zingaro” sono sinonimi e l’appartenenza a una diversa etnia legittima sempre il sospetto di colpevolezza. 

MINACCE ALL’AUTRICE – Semplificazioni e slogan dettati dall’ignoranza trovano una cassa di risonanza anche nei social media, grazie all’anonimato che la Rete permette. «Ho anche ricevuto minacce su Facebook», ci racconta l’autrice «da parte di un contatto che prima mi aveva avvicinato fingendo di apprezzare il libro, mentre poi mi ha minacciato».

CINEMA VS REALTÁ – Se in vent’anni di cinema e di storia nazionale non è cambiato niente, anzi si può parlare di un peggioramento, con gli immigrati sempre più vittime di pregiudizi e diffidenza, ciò si deve anche alle scelte politiche e legislative, che riflettono la volontà di un Paese di farsi fortezza e chiudersi verso l’esterno. Il cinema può quindi diventare un momento di denuncia, anche a prescindere dall’intenzione dell’autore: «Alcuni di questi film sono certamente di denuncia, anche se molti registi affermano di non credere ai film di denuncia sociale, forse per non relegare il prodotto in una nicchia di mercato». E la volontà dietro “Senza Frontiere” è proprio quella di far conoscere il più possibile le opere analizzate, in modo da offrire al lettore altri strumenti di decodifica della realtà.

L’ITALIA IN RITARDO – Rispetto alla cinematografia europea, però, quella italiana è arretrata, soprattutto nel linguaggio. Manca, ad esempio, la presenza dell’immigrato dietro la macchina da presa, il punto di vista è ancora prevalentemente italiano, e certo in un sistema di finanziamento come il nostro, che privilegia i nomi famosi e le opere di sicuro successo, è difficile fare emergere i punti di vista diversi, di qualunque etnia.

Maria Lo Bianco

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