lunedì, 20 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Strage via D’Amelio, quattro nuovi arresti
Pubblicato il 08-03-2012


Sono quattro le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Caltanissetta ed eseguite dalla Dia nell’ambito della strage di via d’Amelio, l’attentato nel quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. I provvedimenti riguardano il boss mafioso Salvatore Madonia, 51 anni, Vittorio Tutino, 41 anni, Salvatore Vitale, 61 anni, tutti già detenuti e l’ex pentito di Sommatino, Calogero Pulci, 52 anni. Madonia è considerato uno dei mandanti della strage. Nel nuovo ramo dell’inchiesta emerge poi, per la prima volta, l’aggravante della finalità di terrorismo.

BORSELLINO SAPEVA DELLA TRATTATIVA MAFIA-STATO – «La trattativa tra mafia e Stato è avvenuta, e Borsellino lo sapeva». Lo ha confermato il procuratore aggiunto di Caltanissetta, Domenico Gozzo, nel corso della conferenza stampa sui nuovi arresti. «De Donno ci riferì – ha aggiunto il Pm – che la notizia sulla trattativa era stata riferita al dott. Ferraro del ministero di Grazia e giustizia, allo stesso ministro Martelli e al presidente del Consiglio dei ministri. Quindi – conclude – i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa che all’inizio non venne comunicata all’autorità giudiziaria».

IL GIUDICE L’UNICO OSTACOLO – Sempre Gozzo riferisce poi della tenacia con cui Borsellino si stava opponendo alla trattativa, e di come questo spinse i boss mafiosi ad agire in fretta. Borsellino «ne parlò con la moglie Agnese – dice il pm – riferendole dei dialoghi tra esponenti infedeli dello Stato e Cosa nostra. Inoltre le raccontò della presenza di un “traditore”». Il pentito Gaspare Mutolo racconta che il boss mafioso Totò Riina era soddisfatto di come stava andando la strategia stragista ma che era preoccupato «perché – dice Gozzo citando Mutolo – c’era un ostacolo alla trattativa, che evidentemente era costituito da Borsellino. A quel punto fu organizzata in breve tempo la strage di via D’Amelio».

SOSPETTO TRADIMENTO – Nell’ordinanza sulla strage viene poi riportata la ricostruzione fatta sulla base di dichiarazioni di due magistrati che all’epoca lavoravano con Borsellino, Alessandra Camassa e Massimo Russo. Secondo Camassa, nella seconda metà di giugno del 1993 Paolo Borsellino ha un cedimento nervoso, si sdraia su un divano e piange: «non posso pensare.. non posso pensare che un amico mi abbia tradito». Sempre Camassa aggiunge: «la mia impressione fu che Paolo si sentisse tradito da una persona adulta autorevole, con la quale vi era un rapporto d’affetto: pensai che potesse trattarsi di un ufficiale di carabinieri». La ricostruzione è stata poi confermata da Massimo Russo, che ha aggiunto un’altra frase di Borsellino: «qui è un nido di vipere». «Borsellino avrebbe individuato il preteso traditore – si spiega nell’ordinanza – ma il nome era talmente sconvolgente che neanche gli amici più cari ne sono stati messi al corrente». La moglie del giudice, Agnese Piraino, è più esplicita: «Confermo che mi disse che il generale Subranni era “punciutu”. Era sbalordito, ma lo disse con tono assolutamente certo, senza svelarmi la fonte. Aggiunse che quando glielo avevano detto era stato tanto male da avere avuto conati di vomito: per lui – conclude la vedova – l’Arma dei carabinieri era intoccabile».

VELTRONI, TENSIONE ANCORA ATTUALE – «L’assassinio di Paolo Borsellino e il depistaggio sulle indagini sono un pezzo della storia della strategia della tensione in Italia». Lo ha dichiarato Walter Veltroni, ex segretario del Pd e  componente della commissione Antimafia. «Non stiamo parlando del passato, ma di un dato permanente per l’Italia dal Dopoguerra a oggi, quello di condizionamenti esterni», ha spiegato. Quanto sta emergendo, secondo Veltroni, «porta a ritenere sempre più giusta la convinzione, che mi sono fatto da tempo, che questa vicenda rientri pienamente nella strategia della tensione e del terrore, e che mafia e “entità”, come la chiama Piero Grasso, collaborarono per colpire un uomo scomodo. Borsellino lo era, sia per la sua ricerca della verità sia per il suo senso dello Stato». Ora, ha chiesto Veltroni, «la ricerca della verità sugli anni 1992-1993, che cambiarono la storia dell’Italia, deve andare fino in fondo. Se vi fu un coinvolgimento di poteri oscuri o pezzi di Stato, deve venire alla luce».

Raffaele d’Ettorre

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