venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Una nuova stagione è possibile per la primavera araba
Pubblicato il 13-03-2012


Una tavola rotonda promossa presso la Camera dei Deputati dall’Ispi e dall’European council on foreign relations è stata l’occasione per discutere dell’evoluzione della primavera araba. Durante l’incontro è emerso come occorra superare la contrapposizione tra chi idealmente crede nell’ineluttabile processo democratico dei Paesi arabi e chi, all’opposto, teme un’incontrollabile deriva islamica. Al contrario è necessario sforzarsi di valutare la questione ponendosi nella prospettiva dei popoli interessati, per poter apprezzare come l’accresciuto ruolo della società civile stia modificando questi stessi Paesi dall’interno.

Così facendo, si capisce come Internet e i social network abbiano fatto emergere la voglia di normalità delle giovani popolazioni dei Paesi arabi, rendendo manifesta la disuguaglianza sociale e contribuendo a far maturare il sentimento di rivolta collettiva a fronte di un sistema percepito come profondamente ingiusto. Ma va anche compreso che Primavera Araba non significa necessariamente democrazia. I fatti hanno mostrato che, se dotata di mezzi, una popolazione vessata riesce ad abbattere i dittatori, ma di per sé questo non è sufficiente a produrre la democrazia, un sistema che necessita di organizzazione.

Eppure alcuni segnali positivi si intravedono. Eccezion fatta per la Libia, in Tunisia, Egitto e Marocco la parola sta gradualmente passando dalla piazza al Parlamento. In questi Paesi trova dunque uno sbocco la volontà di partecipazione politica e anche il sentimento di comunità, riducendo al contempo la capacità di attrazione ideologica di Al-Quaeda. E, anche se la democrazia non si esaurisce nelle istituzioni e nella pratica elettorale, la costituzione di Parlamenti eletti non potrà che favorire il processo democratico e anche il dialogo tra i Paesi che si affacciano sulle due sponde del Mediterraneo.

Gli eventi che stanno seguendo alla primavera araba potrebbero abbattere un paradigma ormai consolidato in Occidente, ossia che ci fosse una qualche incompatibilità tra democrazia e mondo arabo, o meglio tra democrazia e Paesi arabi esportatori di idrocarburi, dove la rendita petrolifera consente di alimentare regimi non democratici. Fino allo scorso anno il Libano era l’unico Paese arabo il cui regime potesse dirsi democratico, seppure in una forma molto labile. La Libia costituirà a questo proposito la cartina tornasole. Ma occorre anche essere pronti all’affermarsi nel mondo arabo di assetti democratici diversi da quelli Occidentali; del resto non si può negare che in questi paesi esista un problema di definizione del rapporto tra religione e Stato, anche se molti diritti potrebbero essere reclamati dalle popolazioni man mano che gli stessi Paesi si allontanano dall’arretratezza in cui i regimi non democratici li hanno fino a poco tempo fa confinati.

In questo contesto, gli attori esterni assumono un’importanza fondamentale per guidare il processo. Per evitare che i Paesi protagonisti della primavera araba, siano sempre più attratti dal quadrante Medio-Orientale, occorre che l’Europa si attivi quanto prima. La diplomazia dell’Unione Europea, guidata dalla baronessa Margaret Ashton, non è sembrata finora all’altezza della situazione. Ed ecco quindi che dalla tavola rotonda nascono due proposte concrete. La prima riguarda la realizzazione nel Mezzogiorno d’Italia di una grande università per gli studenti del Nord Africa, che contribuisca a trasmettere gli insegnamenti di Voltaire alla futura classe dirigente di quei paesi.

La seconda, la costituzione di un’organizzazione internazionale per l’apertura ordinata dei mercati energetici e agricoli dei Paesi delle due sponde del Mediterraneo. Una Primavera Araba che appare dunque dall’esito ancora incerto, ma di cui possono essere ormai già letti alcuni snodi fondamentali, sui quali l’Europa e l’Italia devono intervenire per favorire un orientamento a noi positivo dei paesi coinvolti.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Alla lucida analisi di Siano aggiungerei l’opportunità,per quanto riguarda l’Italia,di sviluppare e potenziare le strutture economiche,le vie di comunicazione,i porti e gli aeroporti,le attività imprenditoriali del Meridione della Penisola.
    L’italia meridionale è il ponte naturale dell’EWuropa verso l’area della primavera araba.
    Non basta l’università.Sarebbe uno spreco d’istituto italiano per l’Africa e l’Oriente con funzioni allargate.Oltre agli scambi culturali occorre soprattutto l’istituzionalizzazione di rapporti economici solidi ed equi.Comunque complimenti a Siano

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