giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Altro che modello tedesco, guardiamo alla Danimarca
Pubblicato il 06-04-2012


Stimolato dal dibattito sulla riforma del lavoro, vorrei condividere alcune esperienze vissute, certo che possano essere utili ai lettori come spunti di riflessione sul senso di una vera socialdemocrazia. Circa dieci anni fa mi trasferii in Danimarca, dove accettai un’offerta di lavoro presso una nota multinazionale danese che opera nel settore della salute. Lasciavo un contratto italiano per un contratto danese ed ero convinto che questo sarebbe stato ancora più blindato.

Leggendo il contratto mi accorgo invece che in una clausola era specificato che ero licenziabile “at will”, a discrezione cioè del datore di lavoro. Da anni molti dei nostri politici, da Treu a Ichino, si interrogano se un sistema di flexsecurity danese sia replicabile in Italia o no. Bene, dico la mia. Non è tanto e solo un problema di risorse finanziarie (Pierre Carniti ha stimato un fabbisogno di circa 35-40 miliardi di euro per poterlo implementare), ma soprattutto di testa. I soldi, volendo, si trovano: basterebbe intervenire sull’evasione fiscale, ad esempio.

IN DANIMARCA LICENZIABILI “AT WILL” MA SENZA DISCRIMINAZIONE – Quando mi decisi ad accettare l’offerta, comunicai all’azienda che ero intenzionato ad accettare, ma avrei aspettato l’esito della loro visita medica prima di rassegnare le dimissioni dall’azienda presso la quale già lavoravo in Italia. Mi dissero che in Danimarca le visite mediche erano vietate perché discriminatorie, e fu allora che iniziai a capire che non è la numerosità della popolazione che rende la Danimarca difficilmente paragonabile all’Italia, ma piuttosto la testa dei cittadini dei due paesi. Infatti le visite mediche pre-assunzione, in teoria illegali anche in Italia sin dagli anni ‘70, sono state fatte impropriamente da molte aziende non per tutelare l’azienda e il dipendente, ma solo per discriminare sullo stato di salute, tant’è che nel 2008 il legislatore è dovuto intervenire di nuovo per evitare questi abusi. Ha quindi ragione Bersani ad essere preoccupato dagli abusi sull’articolo 18 rivisto dalla riforma: conosce gli italiani Bersani e non è ipocrita. Accetto, faccio i bagagli e parto con famiglia al seguito.

TUTTA UN’ALTRA STORIA – Dai primi giorni mi è subito evidente che sono andato a vivere in un Paese molto diverso dal mio. E per molti versi decisamente migliore e più all’avanguardia del mio. Nei primi meeting ho il piacere di conoscere colleghi neoassunti come me, tra cui un ragazzo inglese (gay, malato di Aids e con sarcoma di Kaposi) e un signore anziano over 60 (che aveva perso il posto di lavoro). Tutti licenziabili “at will”, ma tutti assunti. Ecco, in Italia stiamo cercando di trovare il modo per rendere tutti licenziabili “at will” (ed io personalmente non ho nulla in contrario), ma non stiamo facendo nulla per cambiare la testa degli italiani e far capire loro che non si deve discriminare. Se non lo capiamo da soli, perché siamo italiani, e quindi tutti un po’ paraculi e con scarso senso civico, bene, allora ci vogliono leggi dure. In caso di discriminazione per orientamento sessuale in Italia non è sufficiente il reintegro del lavoratore, ci vuole la chiusura dell’azienda che ha discriminato.

NON CHIAMATELO BELPAESE – Se a Copenhagen non serve il deterrente della multa per far pagare il biglietto sui mezzi pubblici, perché lo pagano tutti a prescindere (è logico pagarlo), a Roma o a Milano ci vuole una multa salata, da 1.000 € in su e 10 volte più controllori. Nell’azienda danese dove ho lavorato non timbrava in ingresso e in uscita nessuno, dal receptionist al più importante dei manager, qui in Italia contiamo le ore e le mezze ore. Lavoravamo tutti in un immenso open space, tutti con workstations identiche. Qui, chi conta di più ha qualche metro quadro di ufficio in più e il famoso ficus. Recentemente ho letto con interesse la proposta del presidente dell’ordine dei medici di Milano, Roberto Carlo Rossi: niente più concorsi negli ospedali, non servono a nulla, tanto entrano i soliti raccomandati.

DINASTIE ITALIANE – Come dargli torto se si pensa alla dinastia Frati, tanto per citarne una delle tante? Roberto Carlo Rossi dice una cosa molto semplice e forse per questo molto interessante: assumiamo i medici solo sulla base del loro curriculum, che va reso pubblico. Così eliminiamo un bel po’ di ipocrisia e responsabilizziamo chi assume e chi è assunto. Oggi chi ha assunto il figlio di Frati come primario di cardiochirurgia nonostante la sua esperienza chirurgica non fosse superiore a quella di tanti altri concorrenti, alla Milena Gabanelli di turno può sempre dire: «Ha vinto un concorso». Togliamo questo indecente alibi ai baroni. Grande idea di Roberto Carlo Rossi. A proposito, sapete dove i medici vengono assunti con il metodo da lui proposto? In Danimarca, ovviamente. E sapete chi è contrario alla sua proposta? Il segretario nazionale di FP-CGIL Massimo Cozza, altrettanto ovviamente.

Fabio Andreola

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Commenti all'articolo
  1. Complimenti per l’articolo, interessante e ben scritto.
    Un appunto: fatta la diagnosi (la testa degli italiani), qual’è la cura?
    Possiamo pure levare i concorsi per l’assunzione dei medici: ciò potrà garantici che altri Frati non verranno più assunti? In fondo il Trota non ha vinto alcun concorso, ma è stato democraticamente eletto: più trasparente di così …

    Io confido molto in questo governo, a partire da quello che sta facendo contro l’evasione fiscale. I bliz nelle varie località mondane mandano un messaggio forte e chiaro: la musica è cambiata, l’evasore è un ladro e come tale va trattato. Oggi è quasi impossibile uscire da un negozio senza scontrino: che siano riusciti a cambiare la testa dei commerciati?

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