giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Anselmi (Fieg): «Il futuro dell’informazione è nell’online»
Pubblicato il 20-04-2012


È uno dei paradossi della crisi economica: cresce la domanda di informazione da parte dei cittadini ma le famiglie scelgono di non investire sulla carta stampata con la stessa intensità del passato. La soluzione? Rivolgersi all’online, che nel 2011 ha visto un boom di utenti di siti delle testate che, rispetto al 2009, è cresciuto del 50%, passando da 4 a 6 milioni di utenti. È uno dei trend più illuminanti sul futuro dell’informazione che emergono dal rapporto “La stampa in Italia” (2009-2011), presentato ieri da Giulio Anselmi, Presidente della Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali). Intervistato in esclusiva dall’Avanti!online, Anselmi ha commentato alcuni dei problemi che investono oggi l’editoria in Italia.

Uno dei dati più forti che emerge dal rapporto è sicuramente il boom dell’online, che oggi si assesta come fulcro dell’informazione in Italia. La carta stampata si avvia verso il declino?

Precisiamo che c’è una riduzione delle copie, non dei lettori, della carta stampata. A fronte di questa riduzione c’è indubbiamente un aumento considerevole dell’accesso ai giornali online. Personalmente però sono convinto che i due modi di fornire informazione si possano integrare.

In che modo?

Essendo genovese, uso spesso il paragone delle navi di fine Ottocento, che avevano al contempo sia vele che i fumaioli. Per l’editoria oggi vale lo stesso discorso: ci troviamo nella posizione di dover fare una vera e propria “rivoluzione industriale” nel settore, ma con criterio. Le due realtà possono e devono coesistere. Da una parte non c’è motivo per abbandonare la carta stampata che ha ancora tanto peso; dall’altra è necessario dare un taglio più definito all’informazione online, che non può più permettersi di avere il format del cartaceo. Devono essere prodotti dedicati, nati e pensati per vivere su internet.

Crede che i contributi pubblici all’editoria andranno a coprire il vuoto sempre più ampio lasciato dalla pubblicità?

No, non succederà. Parliamo di realtà profondamente diverse. Lo scenario che si prospetterebbe in un’ipotesi simile è quello di giornali mantenuti in vita solo per coprire determinati interessi: nessuna persona di buon senso potrebbe volere una cosa del genere. I giornali vivono sul mercato e vengono regolati dalle sue leggi. Se ci sono i lettori arriva la pubblicità e il problema si risolve da solo. Ci possono essere interventi “correttivi” nel tentativo di difendere la pluralità dell’informazione, ma non devono diventare interventi sostitutivi. Se un giornale ha un numero di lettori significativo e ricopre un ruolo importante nel panorama dell’informazione, allora è possibile pensare, ad esempio, favorire la sua andata sul web con un aiuto pubblico circoscritto però nel tempo. Ma che resti in piedi un giornale che nessuno vuole solo grazie al finanziamento pubblico, non sarebbe rispettoso per i cittadini che quei soldi li pagano.

Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, ieri ha sollevato una questione importante parlando di precariato. I contratti che prevedono che i collaboratori vengano pagati con gli spiccioli, dice Iacopino, nascondono il potere di ricatto che gli editori hanno oggi, con il sistematico “o prendere o lasciare” delle collaborazioni da fame. Lei come risponde?

Iacopino ha una visione personalissima e molto ottimistica su una normativa che è teoricamente ottima, così come ottime sono le posizioni demagogiche del presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, ma la legge di per sé non è affatto facile da applicare. Sono consapevole del fatto che molti collaboratori oggi vengono pagati in maniera esigua all’interno di diverse testate, così come tanti giovani in altri settori del mondo produttivo. A Iacopino però chiedo: esiste una soluzione ex lege che consenta di risolvere il problema? Il giornale locale che paga i suoi corrispondenti non contrattualizzati può impegnarsi per fare di più? È possibile costruire una realtà diversa attraverso la legge? Personalmente non mi sento ottimista come lui.

Che fine ha fatto la legge sull’equo compenso, approvata dalla Commissione cultura della Camera e poi scomparsa dalla cronaca?

Non ne ho idea, immagino che prima o poi sarà approvata. Purtroppo le leggi, anche quando rispondono a un problema concreto e a intenzioni generose e nobili, spesso non fanno i conti con le diverse realtà di fatto. Non si può dichiarare finita la disoccupazione “per legge”.

Crede che il boom dell’online porterà a una ristrutturazione delle testate, magari con redazioni gestite da 2-3 persone?

Non posso prevedere il futuro ma credo che il processo in atto oggi sia effettivamente quello di una organizzazione redazionale stabile più piccola e con un numero di collaboratori sul territorio più grande.

Per far fronte all’erosione dei guadagni, gli editori hanno ridotto i costi gestionali (-14% in due anni). In che modo questo inciderà sulla qualità delle testate?

E’ evidente che ci sono livelli oltre i quali la riduzione dei costi non è più virtuosa ma è un assassinio, di un media come di qualsiasi azienda. Diciamo che negli ultimi anni le aziende editoriali si erano molto gonfiate e fino a un certo punto i tagli sono stati sensati. Dopodiché oltre un certo livello non si può andare. Tagliare entro certi limiti può essere un criterio aziendale quando si tratta di riordinare e ristrutturare. Superato quel limite, si parla di vero e proprio omicidio.

Qual è questo limite?

Solo caso per caso si può dire, azienda per azienda. Ovviamente non puoi tagliare 50 redattori in un giornale che ne ha 51. Diciamo che è un criterio imprenditoriale e dipende dalla scelta dei singoli editori. Bisogna adeguare i prodotti alla domanda. In passato si facevano prodotti che richiedevano un certo numero di giornalisti. Oggi c’è un utilizzo diverso delle persone, una corretta applicazione della tanto teorizzata “multimedialità” che consente un notevole risparmio di risorse redazionali.

I giornalisti sono pronti per questa “rivoluzione culturale” della multimedialità?

Sicuramente i giovani sono già più che preparati. Per quanto riguarda gli altri, vale sempre il paragone navale: quando il vascello affonda, è preferibile buttarsi a mare e imparare a nuotare. Oggi forse una buona fetta di redattori non è ancora pronta per la multimedialità, ma è venuto il momento che si diano una svegliata.

Raffaele d’Ettorre

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