lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Manin teorizza la democrazia del pubblico e la politica italiana ci casca in pieno
Pubblicato il 02-04-2012


Celentano cantava “dormi amore, la situazione non e’ buona” e senza parafrasarlo ci potrebbe andare bene anche a noi come incipit di questo pezzo. Ironicamente parlando, si intende. Perché in realtà ci sarebbe da stare abbastanza attenti a leggere fino in fondo quanto Bernand Manin sostiene in merito alla ‘democrazia del pubblico’. Un fenomeno che dagli anni ’90 ha colpito tutte le democrazie occidentali, Italia compresa. La tendenza più recente infatti e’ quella di valorizzare il ruolo del leader del partito e delle strategie di comunicazione a scapito delle idelologie. E la diagnosi e’ semplice: un precoce impoverimento delle questioni al centro del dibattito politico e della partecipazione democratica degli elettori.

L’ESTRAZIONE A SORTE E’ LA VERA DEMOCRAZIA – A meta’ degli anni ’90 Manin dando alle stampe ‘Principi del governo rappresentativo’ analizzava un fenomeno ancora in nuce. Con una premessa tanto chiara, quanto sostanziale: il governo rappresentativo e’ sempre stato una combinazione di tratti democratici e di tratti oligarchici. Dall’Atene antica a Montesquieu, da Aristotele a Rousseau, le elezioni erano lungi dall’essere considerate lo strumento democratico per eccellenza: democrazia non equivaleva a sistema rappresentativo, e il dispositivo che meglio garantiva la rigorosa uguaglianza dei candidati era semmai l’estrazione a sorte. La casualità secondo questa impostazione avrebbe garantito maggiormente il corpo elettorale che un qualsiasi sistema di voto, nel funzionamento del quale si sarebbero comunque potuti ravvisare dei rischi per il concetto stesso di uguaglianza.

QUANDO C’ERANO I PARTITI DI MASSA – Nella sua prima esistenza il governo rappresentativo e’ venuto a coincidere con i partiti massa, quelli fortemente ancorati ai blocchi ideologici ed in grado di mantenere un contatto costante con la base elettorale. Di essa riuscivano a percepire velocemente i rumori di pancia, provando altrettanto velocemente ad elaborare soluzioni e strategie. Era l’eta aurea dei partiti di massa che con procedure definite ed un sistema di contatto strutturato con la propria base sono riusciti ad incarnare almeno per breve tempo quanto di meglio si possa essere registrato nelle democrazie occidentali. Alla fine anche questo sistema sembra essersi sclerotizzato, cedendo alle tensioni oligarchiche che si muovevano rapidamente al loro interno.

DALLA FRAMMENTAZIONE AL LEADER CARISMATICO – Dopo questa prima era della politica rappresentativa tutto si e’ frantumato. In Italia la manifestazione simbolo di questa frammentazione e’ stata tangetopoli e ‘mani pulite’ a seguire. La politica ha cominciato gia’ negli ultimi colpi d’ala della Prima Repubblica a giocare su ‘personalismi’ tanto spinti da segnare un passaggio dalla leadership delle ideologie alla leadership del leader. La politica successivamente si e’ sempre più mediatizzata, sintetizzando sempre più la sua stessa esistenza nel ruolo dei vari leader che hanno preso negli ultimi 20 anni la guida dei partiti. Qualcuno ha cominciato a parlare di post-democrazia e di dittatura dei media che avrebbero condizionato nel tempo sempre piu’ le intenzioni di voto del popolo sovrano. Questa attrazione per il capo partito si spiega abbastanza facilmente alla luce dell’equazione che vuole il sistema maggioritario tantomeno efficace quanto più forte e’ il ruolo dei media nella formazione del convincimento degli elettori.

PARLARE DI DEMOCRAZIA AL PASSATO – E’ cominciato allora quel fenomeno che descriveva bene Ilvo Diamanti qualche anno fa, la tentazione sempre più forte di parlare della democrazia al passato. In questo senso sono state coniate alcune formule che esprimono bene tutto questo. Colin Crouch ha parlato di post-democrazia per indicare il percorso che avrebbe portato alcuni sistemi democratici lontano dagli obiettivi della democrazia. Alfio Mastropaolo ha parlato invece di “mucca pazza delle democrazia”, volendo descrivere cosi la democrazia che ha contaminato se stessa. E ancora potremmo ragionare del termine ‘populismo’, sempre più utilizzato per indicare  il popolo come entità indistinta. Detta in estrema sintesi nelle democrazia del pubblico i partiti cedono spazio alle persone, l’organizzazione alla comunicazione, mentre le identità collettive si indeboliscono, compensate dalla fiducia personale diretta. Sembra un ‘perfetto’ affresco del berlusconismo d’antan. In queste condizioni secondo Manin non ci sarebbe da cedere alla nostalgia dell’eta’ aurea dei partiti di massa, governi tecnici a parte.

Marco Bennici

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Commenti all'articolo
  1. Mi sembra che l’articolo fotografi questo momento di grande confusione mentale che non potrà sfociare in un cambiamento.Occorrono gli uomini,che oggi non vedo capaci di trarne le conclusioni. Per adessso assistiamo ad una campagna Elettorale con Bersani che lider non è (l’ho definito un ottimo segretario da tempo di pace) con sulle spalle un partito ancora strutturato, e un “uomo” solo che raccoglie il suo popolo con 2 giornali e 3 TV. Ho scritto un anno fa che i Partiti hanno fatto il loro tempo(autoconsumati) e che la POLITICA deve ricercare nuove vie di consenso. Mancano gli Uomini!

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