martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Dacia Maraini, vi racconto mio padre e l’erotismo delle donne di Hekura
Pubblicato il 02-04-2012


Il fascino erotico delle donne di Hekura. Trenta scatti del primo reportage etnografico subacqueo della storia a firma dello scrittore, viaggiatore ed etnologo Fosco Maraini (padre della scrittrice Dacia). Trenta istantanee nelle quali l’artista seppe coniugare, attraverso la sua visione solare e disincantata, quello che agli occhi di un occidentale nel lontano 1954 appariva come la fascinazione per l’esotico, il diverso da noi, il limite invalicabile che solo un obiettivo discreto può restituire. Ospitata a Palazzo Medici Riccardi di Firenze, la mostra dal titolo Fosco Maraini. Fotografie. Giappone 1954, è stata promossa in occasione delle celebrazioni nazionali del centenario della nascita dell’artista ed inaugura il ciclo «Esovisioni», dedicato all’esotismo nella fotografia dei grandi maestri del Novecento. La narrazione per fotogrammi di una quotidianità contrassegnata da un profondo rapporto della cultura con l’ambiente per narrare un Giappone per molti versi sconosciuto, che l’occhio dell’etnologo e del fotografo riuscì a immortalare ancora nella sua piena vitalità, mentre all’orizzonte si poteva intravedere già l’autunno di un mondo destinato, da lì a poco, a scomparire per sempre. «Mi ha insegnato senza mai darmi lezioni», così la figlia Dacia Maraini racconta all’Avanti! On line suo padre e lo spirito che anima questa significativa esposizione.

La sua famiglia è stata costretta in un campo di concentramento in Giappone dal ‘43 al ‘46. Dopo un’esperienza così drammatica, cosa ha spinto suo padre a tornare ?

Noi avevamo ben chiaro il fatto che la maggior parte dei giapponesi erano contrari alla guerra, il nostro rancore era per i militari il cui governo ci aveva rinchiusi nel campo di concentramento perché noi eravamo antifascisti.

Tornando in quei luoghi suo padre voleva riscattare a se stesso quel ricordo drammatico o raccontare un altro Giappone?

Mio padre ha scritto tante pagine sul Giappone, il suo fu uno studio appassionato di questo popolo di pescatori. Un’opera sicuramente rappresentativa a riguardo è il lavoro autobiografico “Case, amore, universi” nel quale racconta il suo amore per questo Paese.

«L’incanto delle donne del mare», quale femminile raccontano gli scatti in mostra?

Le donne pescatrici. Questo è un mestiere scomparso: il compito era tipicamente femminile in quanto le donne avevano più fiato per immergersi e pescare le perle. Lo spirito antropologico si mescola con l’estetica della bellezza del corpo femminile. Le donne giapponesi non fanno più questi lavori e proprio per questo queste fotografie rappresentano un impagabile reperto documentario, storicamente e antropologicamente rivelante.

Che ricordi ha di quegli anni trascorsi nel Sol levante?

Quella per noi è stata un’esperienza intensa. Sarebbe riduttivo scegliere un episodio su tutti. Abbiamo vissuto dapprima nel nord del Giappone per poi spostarci a Kyoto. I ricordi sono tantissimi, non a caso li ho raccolti in un libro, “La nave per Kobe”.

Un ricordo di suo padre come uomo?

Ho imparato tante cose da lui, dalla sua arte, mi ha insegnato senza mai darmi lezioni. Questa è una delle tante mostre. Racconta un uomo con tanti interessi, la filosofia, la fotografia, l’antropologia, i viaggi. Un uomo dagli interessi amplissimi.

Emanuele Ciogli

 

 

 

 


 

 

 

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