sabato, 20 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Finanziamenti elettorali: in mano alle lobbies o ennesimo referendum?
Pubblicato il 17-04-2012


Il finanziamento pubblico ai Partiti e’ stato abolito con il referendum del 1993. In seguito a Tangentopoli e alla crisi della Prima Repubblica, oltre il 90% dei votanti si espresse a favore dell’abolizione. Dal 1993 ad oggi, con vari passaggi parlamentari, il finanziamento pubblico e’ stato di fatto reintrodotto. Infatti, mentre in prima battuta era stato previsto un mero rimborso elettorale, in seguito le maglie si sono allargate fino al un punto di consentire ai Partiti di incassare importi cinque volte superiori a quanto effettivamente speso. Nel triennio dal 2008 al 2010, sono stati versati nelle casse dei Partiti oltre 847 milioni di euro, rispetto a una spesa documentata, per le elezioni politiche del 2008, di 136 milioni.

Oggi l’opinione pubblica, sempre piu’ informata e consapevole, guarda alla classe politica quasi con disprezzo, perche’ assiste da un lato alla richiesta di consistenti sacrifici ai cittadini mentre dall’altro vede lo spettacolo di una classe politica che continua a sperperare ed a banchettare come se nulla fosse. Alcune forze politiche tendono a cavalcare quest’ondata di proteste, chiedendo un nuovo referendum. Ma vi sono alcuni elementi da tenere in conto. Primo, sull’argomento gli italiani si sono gia’ espressi nel 1993. Secondo, un nuovo referendum non e’ immediatamente possibile visto che per legge non si possono depositare le firme di richiesta di un referendum l’anno prima delle elezioni politiche.

Terzo, occorre considerare che un sistema di abolizione totale di finanziamento pubblico finirebbe per rendere i movimenti politici succubi degli interessi particolari di varie lobbies, a scapito della democrazia. In effetti e’ questo il punto piu’ delicato: l’abolizione di tutte le forme pubbliche di sostegno economico alla politica, favorirebbe l’affermazione degli orientamenti elettorali maggiormente rappresentativi dei poteri in grado di sostenerli economicamente. Ed il rischio di vedere affermate unicamente le politiche figlie degli interessi economici dei poteri forti e’ amplificato laddove, come in Italia, ricorrano tre fattori aggiuntivi: la videocrazia, cioe’ l’influenza esercitata dai mezzi di comunicazione di massa scarsamente plurali sulla popolazione; lo scollamento tra i Partiti, sempre piu’ simili a comitati elettorali, ed il territorio; una legge elettorale non proporzionale, che limita la rappresentanza parlamentare delle posizioni di minoranza.

L’abolizione integrale del sostegno pubblico ai Partiti politici non e’ dunque auspicabile. D’altra parte gli Stati, in cui non e’ prevista alcuna forma di finanziamento pubblico, sono solo un quarto del totale degli Stati del mondo: nell’Unione Europea solo Malta, nel resto del mondo in prevalenza gli Stati asiatici, come India e Bangladesh. Tutti i Paesi piu’ sviluppati prevedono qualche forma di finanziamento. Eppure e’ certo che in Italia qualcosa debba essere cambiato. E in fretta, senza dover ricorrere ad ulteriori referendum. Oltre alla maggiore trasparenza ed al controllo esterno dei bilanci dei Partiti politici, quello che i cittadini chiedono a gran voce e’ che le somme versate ai Partiti siano limitate e definite nello scopo. Quindi la prima cosa da fare sarebbe quella di limitare l’importo dei rimborsi elettorali alle spese effettivamente sostenute durante la campagna elettorale.

Poi si potrebbe aggiungere l’esborso di un altro limitato quantum in funzione del numero di rappresentanti eletti in sede Parlamentare, Regionale ed Europea. Tuttavia i due importi di cui sopra dovrebbero complessivamente essere tarati, ad esempio, in modo tale da essere in linea con legislazione tedesca, dove il rimborso e’ pari a 0,85 euro per voto. Inoltre dovrebbe essere previsto un tetto massimo dei contributi statali alla politica, da dividere pro-quota tra i Partiti politici. In tal modo, fissato l’importo massimo, si impedirebbe l’aumento esponenziale dei costi della politica. Questo sistema potrebbe poi essere completato dalla facolta’ data al contribuente di destinare il cinque per mille al proprio Partito politico, come alternativa al terzo settore.

In questo modo si tutelerebbero le minoranze, che vedrebbero cosi’ garantito il rimborso delle spese sostenute per la campagna elettorale, sempre che non si sfori il tetto massimo complessivo fissato per legge. Un tale meccanismo, oltre ad evitare una eccessiva frammentazione della rappresentanza parlamentare, premierebbe i Partiti che riescono a fare eleggere propri rappresentanti nelle sedi istituzionali. Teoricamente i primi due contributi dovrebbero essere tali da consentire ai Partiti amministrati con sobrietà di sopravvivere dotandosi di strutture snelle. A questi contributi i cittadini potrebbero poi aggiungere direttamente, tramite il cinque per mille in dichiarazione dei redditi, una ulteriore componente tesa a sostenere lo sviluppo delle idee e delle organizzazioni politiche che le portano avanti.

Tuttavia, al fine di evitare che i Partiti, maggiormente sostenuti dalle lobbies, possano godere di entrate eccessive rispetto ai partiti concorrenti, meno compromessi con i poteri forti, oltre ad una maggiore trasparenza, si dovrebbe prevedere un limite massimo alle donazioni annualmente effettuabili a favore dei Partiti. In conclusione, non ha senso promuovere un nuovo referendum e non e’ auspicabile l’abolizione totale dei rimborsi elettorali, ma occorre agire al piu’ presto per ripensare le attuali forme di finanziamento e ridurre i fondi pubblici a ciò destinati, cosi’ come impongono le proteste dell’opinione pubblica e le difficolta’ del tempo presente. Ed anche per un elementare senso di equità, in linea con i sacrifici richiesti a tutti i cittadini.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. E’ evidente che, come sempre, la Classe Politica ha esasperato l’argomento dei rimborsi elettorali eccedendo ogni oltre ragionevole auspicio sulle entrate dei “rimborsi elettorali”. I partiti maggiori godono di ottima salute con milioni di euro in eccedenza rispetto alle spese elettorali sostenute. Si faccia Politica e non Cassa. I rimborsi siano come giusto che sia semplicemente rimborsi. Chi ha speso cento euro per attività politica pre-elettorale, abbia i cento euro, non un’euro di più ! Esistono sempre le Tessere dei militanti, i contributi privati volontari (metterei un tetto massimo per evitare l’invadenza delle lobby), eventualmente si potrebbe inserire la forma dell’ 8 per mille o forme simili che premiano la popolarità e l’attività politica del partito. Basta però con questo “Sostentamento Elettorale” scandaloso e profondamente iniquo in un paese dove gli elettori nella stragrande maggioranza sono chiamati a ristrettezze senza precedenti dal dopoguerra !

  2. DIMEZZIAMO QUESTI MALEDETTI RIMBORSI ELETTORALI

    I rimborsi elettorali vengono elargiti per consentire ai partiti di fare propaganda e svolgere le altre attività politiche. Invece i leader (che poverini non sanno mai nulla!) usano il finanziamento pubblico per realizzare spericolate speculazioni finanziarie in Italia e all’estero. Sono politici o imprenditori ? E’ giusto usare il contributo pubblico come accumulazione primaria per attività tipiche del capitalismo ? Si sostiene che la democrazia non può vivere senza partiti e senza sostegno economico pubblico. Ma i partiti esistenti in Italia svolgono attività politica o sono altro ? O sono aziende capitalistiche? Sono questi i partiti che vogliamo ? Allora il rimedio sarebbe come minimo quello di dimezzare subito i rimborsi senza cincischiare con le parole per non cambiare nulla,come sta facendo il trio Alfano Bersani e Casini. Sono ormai vani i noiosi showso televisivi e le chiacchiere : a parlare possono essere solo i fatti.

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