mercoledì, 26 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Raffaele Cantone: «I giudici tributari sono ad alto rischio corruzione»
Pubblicato il 09-04-2012


 

«La lotta alla criminalità organizzata e al malaffare rischia di non finire mai». Con questa riflessione si apre l’ultimo libro del giudice Raffaele Cantone, Operazione Penelope, pubblicato lo scorso 2 aprile. La similitudine viene giocata tutta intorno alla famosa “tela”, che nella tradizione omerica viene disfatta e ricucita da Penelope e che la tradizione mafiosa invece oggi intreccia e scuce per muovere la fitta rete di interessi necessaria alla sua sopravvivenza. Cantone, intervistato in esclusiva dall’Avanti!online, ha approfondito alcuni dei temi contenuti nella sua ultima opera, allargando poi il ragionamento a considerazioni che, oggi più che mai, risultano attualissime.

La Guardia di Finanza ha di recente arrestato 16 giudici tributari nell’ambito di un blitz anticamorra nel napoletano. Quanti sono oggi i magistrati al soldo della mafia?

In questo caso specifico non parlerei di asservimento alla mafia ma piuttosto di corruzione. Il tema però è importante e merita un approfondimento. Intanto, una premessa: i magistrati tributari non sono magistrati ordinari, bensì giudici onorari. Svolgono cioè l’attività in via non professionale e senza aver partecipato ad alcun concorso; possono essere equiparati, tanto per capirci, ai giudici di pace. Ed è un paradosso preoccupante questo. La magistratura che si interessa delle vicende che riguardano l’erario oggi non viene scelta con criteri di professionalità.

Non si rischia così il conflitto d’interessi?

Tra i 16 giudici arrestati c’era anche il commercialista di una società che avrebbe avuto rapporti con la mafia. Il conflitto d’interessi nell’esercizio della funzione qui è di un’evidenza solare, e in questo modo la lotta all’evasione fiscale rischia di essere persa in partenza. Il vero problema però è la caratteristica specifica delle nomine: i soggetti sono tutti a forte rischio di corruttibilità. C’è bisogno, oggi più che mai, che in quel settore della magistratura siano applicate le stesse garanzie che vigono per la magistratura ordinaria.

Qual è oggi il rapporto tra Stato e mafia?

In base a quanto ho verificato nel corso dalla mia attività investigativa, la forza della criminalità organizzata sta nella capacità di inserirsi nei vuoti lasciati dallo Stato. Le mafie non vogliono porsi come alternativa alle istituzioni, non è nei loro interessi gestire quel tipo di potere in prima persona. Il loro scopo è piuttosto quello di riempire i vuoti dovuti all’inefficienza della macchina amministrativa. È lì che la mafia riesce a trarre il profitto maggiore, svolgendo cioè servizi illeciti per le imprese e per la politica locale.

Per le mafie quindi è più importante avere in pugno un assessore rispetto a un politico nazionale?

Le mafie vivono moltissimo del consenso locale. Per motivi politici ed economici diventa fondamentale per loro saper gestire il consenso dei cittadini. Sono gli enti locali ad avere la capacità di spesa che interessa di più le mafie; quindi, enti strategici dal punto di vista economico. Per fare un esempio, un rapporto privilegiato con un assessore all’urbanistica o ai lavori pubblici ha un peso maggiore per le mafie rispetto a quello che si potrebbe avere con un politico nazionale. L’assessore infatti può agire in tempi relativamente brevi e su realtà che conosce da vicino.

È plausibile l’idea che esista un potere nazionale “deviato” che operi a favore della criminalità organizzata?

Onestamente non credo che esista un potere di questo tipo, almeno non secondo questa definizione. I clan hanno un forte interesse a controllare il potere locale. È vero però che i clan più significativi hanno anche la capacità di influire sulla politica nazionale, anche se in maniera indiretta.

In che modo?

Attraverso il sistema del voto. La criminalità organizzata, fondandosi sul consenso locale, riesce gioco-forza a spostare un certo numero di voti decisivi anche a livello nazionale.

Ultimamente la dottrina sembra combattuta sul reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”. Ci dica la sua, il reato esiste o no?

Secondo me il reato esiste ed è invece utilissimo, perche’ svolge un ruolo fondamentale per individuare i “rapporti-cerniera” tra mafia, imprenditoria e società civile. In tal senso diventa quindi un istituto necessario. Da questo punto di vista mi considero tuttavia un garantista: ci devono essere i presupposti affinché si possa parlare di concorso esterno. Il contributo dell’imputato deve essere cioè tale da rafforzare in modo sostanziale l’organizzazione mafiosa. L’ipotesi classica è quella dell’imprenditore che fa ottenere subappalti alle imprese facenti capo alla mafia, permettendo loro di guadagnare ingenti quantitativi di denaro. Nel concorso esterno il contributo deve essere dunque provato ma il reato indubbiamente c’è, e non deve essere messo in discussione.

Raffaele d’Ettorre

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