domenica, 19 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Hunger: sporchi, affamati e politicamente scorretti gli antieroi di McQueen
Pubblicato il 19-04-2012


Violenza senza fine e umanità portata al limite. Sono questi i temi intorno ai quali ruota ‘Hunger’, vero capolavoro-esordio del regista inglese Steve McQueen, in sala dal prossimo 27 aprile. Attore feticcio del cineasta britannico, Michael Fassbender (già in ‘Shame’) riempie lo schermo e convince vestendo i panni di Bobby Sands, militante dell’Ira morto nel1981 inseguito allo sciopero della fame.

‘THE MAZE’, LA PRIGIONE DEGLI ORRORI – L’ambientazione è ‘The Maze’. Una prigione fatta di sporco, solitudine, umiliazione, botte e soprattutto di fame, il tutto condito bene da un ritmo incalzante. ‘Hunger’ è un film che non molla mai, non fa concessioni alla bellezza, alla speranza. Duro, spartano, crudo parla della condizione umana e del suo possibile riscatto fin dentro al sacrificio. Già passato a Cannes nel 2008 (dove ha vinto La camera d’or), il film rievoca lo sciopero della fame portato avanti per sette mesi nel 1981 dai detenuti appartenenti all’Ira rinchiusi in Irlanda del Nord nella prigione di Long Kesh (soprannominata ‘The Maze’). Siamo esattamente nel 1981, blocco H, lì dove sono rinchiusi i carcerati di fede repubblicana che mettono mano, con estremo coraggio e sacrificio, a due forme di protesta dolorose, inumane.

DUE FORME DI PROTESTA ESTREME – La prima, quella dei ‘blanket protest’, si esplica nel rifiuto di indossare le uniformi da delinquenti comuni per protestare contro il non riconoscimento da parte delle autorità inglesi del loro status di prigionieri politici. L’altra forma di contestazione sfocia invece nella scelta dello sporco, la ‘dirty protest’: vivere in celle volutamente sporche dei loro stessi escrementi diventa difatti uno dei modi per manifestare il loro disprezzo verso la repressione del governo inglese allora presieduto da Margaret Thatcher.
D’altra parte il carcere non lesina l’umiliazione che diventa totale e sprezzante nell’assegnare, come unico vestiario, una sola coperta ai rappresentanti dell’Ira che, completamente nudi, si ritrovano a vivere con questa addosso senza mai lavarsi, tagliarsi capelli e barba.

L’ATTORE FETICCIO FASSBENDER – Tra dialoghi minimalisti, silenzi pieni di dolore, pestaggi violenti, da far sembrare quelli raccontati da Daniele Vicari in Diaz poco più che carezze, l’opera prima di Steve McQueen mette in campo Fassbender, che, abbandonati i panni dell’erotomane di ‘Shame’, indossa la coperta dell’eroico Bobby Sands, trovandosi quindi nei duri panni di un ragazzo giovanissimo che, dopo aver annunciato al sacerdote Padre Dominic Moran, la sua volontà di intraprendere uno sciopero della fame ad oltranza, mette in atto la sua volontà con una determinazione quasi mistica. Il regista, anche qui, non risparmia nulla. Con estremo realismo vengono descritti i lunghi giorni di sofferenza del ragazzo, il deterioramento progressivo dei suoi organi interni ed esterni e le molte piaghe da decubito (in primo piano) che compaiono sul suo corpo, il suo sciopero della fame portato avanti, senza esitazione, fino alla fine. Quindi la morte, che dopo 66 giorni di immane protesta lo colpirà prima ancora di compiere 27 anni.

DALLA ‘VERGOGNA’ ALLA ‘FAME’ – Un esordio cruento e repressivo per Steve McQueen, che ci ricorda come la libertà d’espressione sia un bene da preservare, a costo della vita, ma non a costo della dignità e della libertà di pensiero, che vincono nonostante tutto. Il videoartista britannico prestato alla regia realizza con ‘Hunger’ (fame) un film speculare al suo ‘Shame’ (vergogna): il secondo freddo e patinato, il secondo viscerale, tutto cemento (delle celle) e escrementi (dei prigionieri).

Diletta Liberati

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