domenica, 20 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

La “medicina” dei tecnici che provoca il suicidio
Pubblicato il 05-04-2012


Il veleno della crisi economica serpeggia all’interno della società italiana, si insinua silenzioso e come un boia spietato cala la sua mannaia con puntuale discriminazione, giustiziando chi non ha più alcun mezzo per difendersi. Oggi nella zona di Pietralata, a Roma, un imprenditore di 59 anni si è puntato al petto un fucile da caccia. Non si sa quanto tempo abbia passato in quella posizione innaturale, quanto ci abbia messo a premere il grilletto, a cancellarsi dall’esistenza. Di sicuro si sa che a schiacciarlo è stata la crisi economica. La sua azienda, produttrice di alluminio, stava scivolando verso il baratro, e gli operai erano già stati tutti messi in cassa integrazione. All’uomo, secondo quanto scritto da lui stesso nel biglietto lasciato accanto al corpo, non restava altra scelta. A piangerne la morte oggi però non c’è solo il figlio diciannovenne. La famiglia dei suicidi soffocati dalla crisi è ormai un nucleo allargato, che abbraccia inesorabilmente tutta la piccola imprenditoria del nostro Paese, in una stretta violenta che lascia in molti senza più opzioni.

IL TREND CHE SPAVENTA – Indietro veloce di due giorni. Sempre a Roma, e sempre per gli stessi motivi, il 2 aprile un corniciaio di 57 anni si impicca all’interno della sua bottega di Centocelle. La sua attività era in crisi e lui era finito in pasto agli strozzini. Anche lì, a spiegare il gesto c’è un biglietto con poche righe e un messaggio di fondo chiarissimo: a uccidere l’uomo sono stati «problemi economici insormontabili». La settimana scorsa, a Bologna, un imprenditore edile di 58 anni si è dato fuoco davanti all’Agenzia delle Entrate: era titolare di un’impresa di costruzioni in crisi. A terra accanto a lui c’erano tre lettere. Tre diversi destinatari per lo stesso messaggio: «la crisi mi ha mandato in rovina». Sulle sue spalle gravava una pendenza di 104mila euro con il fisco e un processo per false fatturazioni. E ancora: il 27 marzo, a Trani, un uomo si getta dal balcone di casa. Non riusciva a trovare lavoro. 26 febbraio, Firenze: un imprenditore sessantaquattrenne si impicca proprio nel capannone della sua azienda.

IL PUNTO DI NON RITORNO – Questo breve elenco rappresenta solo la punta dell’iceberg dei suicidi che dall’inizio del 2012 si sono tolti la vita per ragioni economiche. Una lista  lunga in modo sconcertante e ormai innaturale. Non a torto (e anche in tempi non sospetti), è stata accostata la drammatica situazione greca con quella italiana. Due fotografie a confronto, quella di un presente incerto con quella di un probabile futuro. Oggi, con il trend suicida della nostra piccola imprenditoria che registra un agghiacciante picco massimo, la similitudine si sta rafforzando con evidenza solare. Il retaggio ellenico, e prima ancora l’esperienza americana del ’29, ci indicano con esattezza qual è il punto di non ritorno che separa una situazione di normalità socio-economico dal baratro della disperazione: la crescita vertiginosa del tasso di suicidi. È il primo passo verso un sistema dove le comuni norme del vivere vengono sovvertite e rovesciate. E la prima regola ad essere scardinata è proprio quella della vita stessa, che si trasforma da dato di fatto e pilastro di ogni ambizione a onere gravoso, al quale sembra quasi logico sottrarsi. Tra il 2008 ed il 2010, ha segnalato la CGIA di Mestre, i suicidi per motivi economici sono aumentati del 24,6 percento, mentre i tentativi di suicidio, sempre legati difficoltà economiche di varia natura, sono cresciuti poco meno: “solo” del 20 percento. Numeri alla mano, dai 150 suicidi per ragioni economiche del 2008 siamo passati ai 187 del 2010, mentre i tentativi di suicidio sono passati da 204 a 245.

LA STRETTA CHE NON AIUTA – Di sicuro non è stato il premier Monti a inventarsi la crisi in Italia, ma altrettanto certamente non la sta fronteggiando in un’ottica di equità sociale. È un cappio a diverse misure, quello che sventagliano i tecnici, che stringe in basso e si allarga in alto. Il premier, ritoccando le imposte regionali, ha già ridotto il valore effettivo degli stipendi. E le pensioni, quando non sono congelate in un limbo normativo che ha dell’imbarazzante, sembrano un miraggio che si allontana sempre più nel tempo. La medicina dei tecnici sta avvelenando proprio chi ha la febbre più alta, mentre chi stava già bene prima non sente di certo il bisogno di curarsi. I più lungimiranti possono sicuramente sperare negli effetti economici di lungo periodo, effetti che (si spera) saranno quelli promessi. Ma cosa succede quando è lo stesso “lungo periodo” a diventare una meta incerta?

Raffaele d’Ettorre

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