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Opinioni e commenti
 

“L’orchidea d’acciaio” della Birmania in Parlamento. Suu Kyi: «Inizia una nuova era»
Pubblicato il 02-04-2012


«E’ l’inizio di una nuova era». Sono state le prime parole della leader birmana Aung San Suu Kyi che ieri ha festeggiato con i suoi sostenitori scesi in piazza la storica vittoria alle elezioni. «Non e’ tanto il nostro trionfo – ha aggiunto – ma quello di coloro che hanno deciso di partecipare al processo politico del Paese». Per la prima volta Aung San Suu Kyi, la leader del dissenso in Myanmar (ex Birmania), ha ottenuto un posto nel parlamento del Paese asiatico governato da circa mezzo secolo da una giunta militare. Suu Kyi, 66 anni, Premio Nobel per la Pace 1991, si è aggiudicata un seggio per la circoscrizione di Kawhmu, zona rurale a sud dell’ex capitale Yangon, nelle elezioni suppletive che si sono svolte domenica 1 aprile per assegnare 45 seggi rimasti scoperti (su 664) dopo che gli eletti nel 2010 erano diventati ministri o vice-ministri. Una figura, quella della leader asiatica, ormai nota al grande pubblico grazie anche al film “The Lady” di Luc Besson, nelle sale in questi giorni, in cui si ripercorre la sua tragica e avventurosa vita, dall’assassinio di suo padre quando aveva tre anni, al matrimonio con un inglese, alla scelta della lotta politica a oltranza contro la dittatura.

SUCCESSO ALLE URNE NONOSTANTE I BROGLI – Dopo l’annuncio della vittoria, centinaia di sostenitori e attivisti del suo partito, la “Lega nazionale per la democrazia” (National League for Democracy, Nld), sono scesi per le strade di Yangon e delle altre principali città birmane per festeggiare la personale vittoria di Suu Kyi ma anche dell’intero movimento. Secondo i primi risultati, infatti, l’Nld (il più noto dei 17 partiti di opposizione che correvano alle elezioni) avrebbe ottenuto almeno 30 seggi e si avvierebbe a conquistare anche tre seggi su quattro a Naypyidaw, la nuova, remota capitale del Myanmar fatta costruire qualche anno fa in piena giungla dal regime dei generali. Tutto questo nonostante la stessa Nld abbia segnalato irregolarità, brogli e intimidazioni in diverse località. Peraltro questa volta a monitorare il voto c’erano anche osservatori stranieri dell’Associazione dei paesi del sud-est asiatico (Asean), dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

LE PAROLE DI UNA LEADER FUORI DAL COMUNE – «Ciò che è importante -ha detto Aung San Suu Kyi – non è il numero dei seggi vinti, anche se ovviamente siamo estremamente soddisfatti di aver conquistato tanto, ma il fatto che le persone mostrino tanto entusiasmo nella partecipazione al processo democratico. Ci auguriamo che tutti i partiti che hanno preso parte a queste elezioni siano in grado di collaborare con noi per creare un clima realmente democratico nel nostro Paese».

UN’EREDITA’ IMPORTANTE SULLE SPALLE – L’elezione di Suu Kyi, figlia del “padre della patria” Aung San che negoziò l’indipendenza della Birmania dai colonialisti britannici nel 1947, rappresenta una svolta di portata storica: la leader del dissenso aveva infatti trascorso lunghi periodi agli arresti domiciliari negli ultimi decenni e i suoi seguaci erano stati perseguitati con ogni mezzo, nonostante la Nld avesse ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni del 1990, totalmente ignorata dai militari. Uno dei primi segnali che qualcosa stava cambiando si era avuto l’anno scorso, quando la giunta militare aveva ufficialmente ceduto il posto a un governo di “civili”, dopo le elezioni del 2010 definite in realtà “non libere né eque” da molti osservatori internazionali e alle quali la Nld non aveva partecipato in segno di protesta.  Se pure aleggiava un certo scetticismo nei confronti del nuovo governo guidato dal presidente Thein Sein, peraltro lui stesso un generale a riposo, di fatto da allora l’esecutivo ha liberato prigionieri politici, firmato tregue con gruppi ribelli e riaperto il dialogo con il Premio Nobel per la Pace.

LA LUNGA STRADA VERSO LA DEMOCRAZIA – Naturalmente, la vittoria di Suu Kyi e degli altri candidati dell’opposizione non cambierà gli equilibri di un parlamento quasi totalmente occupato dagli eredi del regime militare. Tuttavia la presenza dei dissidenti rappresenta un passo avanti davvero significativo verso la riconciliazione nazionale. Una mossa che non dovrebbe lasciare indifferenti le organizzazioni internazionali da sempre critiche nei confronti della dittatura birmana e che potrebbe portare, in futuro, a rapporti migliori (anche in termini economici) con l’Occidente. In particolare l’attuale governo spera in una revoca delle sanzioni economiche che colpiscono il Myanmar da anni.

Luciana Maci

 

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