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Opinioni e commenti
 

Modelle con velo e tacco 12, è la rivista turca per le musulmane moderne
Pubblicato il 02-04-2012


Una nuova immagine di donna musulmana sta emergendo in Turchia: porta l’hijab, il velo che copre la testa, ma indossa abiti firmati, ha braccia coperte ma tacchi alti perché, come spiega Ibrahim Burak Birer, «il Corano non vieta il tacco 12». Birer, 31 anni, è uno dei fondatori di “Ala”, la rivista di moda che pubblica ogni settimana servizi fotografici su questa emergente tipologia di donna. Una piccola rivoluzione dal basso che, visto il rigido clima che vige da sempre, sta spopolando nel Paese islamico.

IL VOGUE DELLE DONNE VELATE – Già ribattezzata “il Vogue delle donne velate”, fondata nel giugno 2011 e arrivata a quota 30.000 abbonati, “Ala”, che significa letteralmente “la più bella tra le belle”, riflette l’ascesa della classe musulmana borghese sotto il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. È una significativa parte della società turca ancora attenta a rispettare i tradizionali precetti religiosi ma ugualmente attratta da merci occidentali e beni di lusso. Nei corridoi della redazione si aggirano modelle straniere fotografate con hijab sgargianti, borsette di Vuitton e camicie di Gucci, ma sempre rigorosamente in abiti lunghi e mai aderenti. «Finora – spiega Birer – la maggior parte dei giornali di moda offriva immagini di donne sexy e magre, ma non tutte si vestono come in Sex and the City. Si può essere ugualmente eleganti e sofisticate. La bellezza femminile è cosa buona, basta che non sia troppo seducente». Tra gli altri servizi pubblicati dal giornale c’è, ad esempio, un reportage su un hotel di lusso nella città costiera turca di Marmaris, con spiagge separate per uomini e donne, e un articolo su una nuova linea di profumi di alta qualità realizzata da due fratelli pakistani senza ricorrere a sostanze alcoliche (proibite dall’Islam) e a prodotti animali (anche l’utilizzo del maiale è tabù per i musulmani).

IL CORANO VIETA ESIBIRE FEMMINILITA’ – Se la rampante borghesia islamica si rispecchia in “Ala” perché vi trova un’efficace sintesi tra rispetto della religione e apertura del mondo occidentale, gli estremisti e gli intellettuali l’hanno più volte fatta oggetto di critiche. Secondo i religiosi più rigidi, le foto di modelle ammiccanti in abiti costosi sono sconvenienti esattamente come se le stesse giovani fossero state fotografate in biancheria intima, perché il Corano prescrive che la donna non debba esibire in alcun modo la propria femminilità.

CRITICATA APERTURA A CONSUMISMO E MODELLE DELL’EST – Quanto agli intellettuali che attaccano la rivista perché, a loro dire, propaganda un “bieco consumismo” che non ha nulla a vedere con l’Islam: un concetto importante della religione islamica è infatti lo “israf” (letteralmente: spreco, sperpero), secondo il quale non si deve consumare più del necessario. Inoltre avanzano dubbi sull’utilizzo di modelle dell’Est europeo per i servizi, critica a cui gli editori rispondono sostenendo semplicemente che «costano meno».

LA DIRETTRICE COL VELO LEOPARDATO – Secondo Hulya Aslan, la direttrice di “Ala”, 24 anni e un velo leopardato a circondarle il bel volto, la rivista contribuisce al rafforzamento di una generazione di donne turche devote ma al passo con i tempi.  «Per troppo tempo – dice – l’hijab è stato usato come arma politica, ma ci sono milioni di donne come me che lo indossano senza avere questa motivazione. Noi cerchiamo di combattere gli stereotipi, per esempio quello secondo il quale il velo è solo per le vecchie zie».

Luciana Maci

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