martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Presidenziali in Serbia, la ‘polveriera d’Europa’ in bilico tra Tadić e Nikolić
Pubblicato il 23-04-2012


Non è eccessivo parlare di momento storico per la Serbia. Il presidente Tadić si è dimesso in anticipo, accorpando le elezioni presidenziali alle amministrative e legislative già previste per il 6 maggio. Dall’election day dipenderà il futuro del Paese balcanico, che da secoli si divide tra spinte occidentaliste e slavofile, e l’esito avrà ripercussioni sull’Europa intera.

I SOCIALISTI SERBI, TRA VECCHI E NUOVI – I serbi sceglieranno se confermare il centrosinistra di Boris Tadić o svoltare a destra con Tomislav Nikolić, ma è molto più di una semplice competizione elettorale. Il Partito Democratico di Tadić, osservatore al PSE e membro dell’Internazionale – che si è imposto a sinistra sul Partito Socialista reduce dall’infamia di Milošević – fa dell’ingresso nell’UE il suo cavallo di battaglia. La Serbia ha ottenuto lo status di candidato ed è sicuramente un punto a favore di Tadić, che ha aperto il Paese agli investimenti occidentali, persino un suo spot elettorale è ambientato in uno stabilimento Fiat serbo. Invece il Partito Progressista – che di progressista ha ben poco – guidato da Tomislav Nikolić, non ha mai ritenuto l’ingresso nell’UE una priorità, anzi ha sempre considerato più vicina Mosca di Bruxelles: la Russia potrebbe approfittare di una vittoria slavofila per insediare una grande base militare nei balcani ed incrinare il fronte NATO.

L’INCUBO DELLA GRANDE SERBIA E’ TORNATO – Nikolić e il suo partito sono ovviamente contrari all’indipendenza del Kosovo che considerano la culla della civiltà serba, vogliono uno stato centralista e nessuna concessione alla grande provincia autonoma di Vojvodina, che chiede un assetto federale per tutelare le forti minoranze etniche ungheresi e romene. Una vittoria dei nazionalisti alzerebbe anche la tensione con la Bosnia Erzegovina, in cui una delle due entità costitutive, la ‘Republika Srpska’, non vede l’ora di ricongiungersi alla ‘madrepatria’ per costituire la Grande Serbia, antico sogno egemonico del panserbismo. Questa ipotesi rischia di provocare una crisi internazionale di ampia portata, anche i rapporti con la Croazia del presidente Josipović, ormai distesi, potrebbero incrinarsi con gravi conseguenze.

LA DIGNITA’ RICONQUISTATA – Grazie ad alcuni statisti lungimiranti come Đinđić (il premier assassinato da un cecchino nel 2003) e lo stesso Tadić, la Serbia ha saputo riguadagnare la dignità perduta negli anni ’90, ha consegnato al Tribunale penale internazionale dell’Aja tutti i criminali di guerra ancora latitanti, ha sguinzagliato una squadra di giovani diplomatici come il ministro degli esteri Jeremić, il vicepremier Đelić e il negoziatore con Pristina Borislav Stefanović, a cui va il merito per l’accordo di dialogo con il Kosovo, ma secondo alcuni sarà l’anticamera all’inevitabile riconoscimento di indipendenza dell’ex provincia. Tuttavia in Serbia persistono grandi contraddizioni: Pil pro capite bassissimo, inflazione e disoccupazione galoppanti, forte intolleranza come in occasione del gay-pride e ultranazionalismo connivente con la criminalità organizzata.

MONTI, L’AMICO ITALIANO – Mario Monti ha dedicato una visita ad hoc a Belgrado, oltre 200 imprese italiane hanno delocalizzato nel Paese attirate da incentivi fiscali e basso costo di manodopera. Rumors parlano di un intervento decisivo italiano nel processo di integrazione europea, nell’ottica di partner privilegiato nella regione balcanica. I sondaggi danno il nazionalista Nikolić in lieve vantaggio, ma al secondo turno Tadić potrà contare sul sostegno del candidato del Partito Socialista Ivica Dačić (12%). Ciò che uscirà dalle urne il 6 maggio cambierà il futuro dell’Europa e del Paese al di qua del Bosforo che non si sente pienamente occidentale.

Matteo Pugliese

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