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Opinioni e commenti
 

Quale destino per il nostro Paese
Pubblicato il 27-04-2012


La presentazione al Senato della Repubblica dell’Annuario IAI/ISPI è stata l’occasione per fare un bilancio della politica estera italiana nel 2011 e per introdurre le sfide che attendono il nostro Paese nel 2012. Nell’anno passato, più ancora che in quelli precedenti, la politica estera italiana si è trovata stretta nella morsa di una duplice crisi: interna ed internazionale. Da un lato è arrivato al punto di rottura il deterioramento degli equilibri politici, economici e istituzionali interni, esplicitatosi con la transizione dal governo Berlusconi al governo Monti. Dall’altro lato, il contesto internazionale nel quale è maturata la crisi politica ed economica dell’Italia ha dato segni altrettanto inequivocabili di cedimento, tanto sul terreno diplomatico e strategico, quanto su quello normativo e istituzionale.

Proprio l’instabilità e l’imprevedibilità del contesto esterno rappresenta un forte elemento di criticità per la politica italiana. Nei primi anni Novanta, in occasione della precedente grave crisi dell’Italia, il nostro Paese ha cercato rifugio in due importanti ancoraggi esterni: l’Unione Europea e l’Alleanza atlantica agli Stati Uniti. Oggi, tuttavia, le due istituzioni multilaterali stanno vivendo una profonda crisi di identità e di efficienza, col risultato di rendere qualunque ancoraggio problematico e, in ogni caso, fragile. Tra le principali cause di questa crisi, vi è il declino della capacità di leadership degli Stati Uniti. Se, ancora nel 2000, il PIL degli Stati Uniti costituiva il 61% della somma del PIL degli altri Paesi del G20, nel 2010 la percentuale è crollata al 42%. Nello stesso arco di tempo, il PIL americano è passato dall’essere poco più di otto volte a poco meno di tre volte quello della Cina. Su questa base materiale, poi, la crisi della leadership statunitense è stata esacerbata dalla perdita di orientamento della politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti, confermata dalla sorpresa e dall’esitazione di fronte all’epidemia di rivolte nei Paesi arabi.
La crisi di controllo e leadership degli USA è ulteriormente aggravata dall’incertezza che investe i principi fondamentale della convivenza internazionale. La comunità internazionale – si pensi alla Siria – da tempo non riesce a trovare un accordo al proprio interno su alcuni nodi cruciali, quali il rapporto tra sovranità e diritti di ingerenza. Si assiste quindi ad un crescente disallineamento tra l’architettura dei poteri ereditata dal Novecento e la gerarchia emergente, guidata dai BRICs, che sta già alimentando una rinegoziazione dell’ordine e delle istituzioni internazionali. Il venir meno delle grandi politiche globali e della leadership statunitense, ha comportato un cambiamento di scala della politica internazionale: da globale a regionale. Da un lato il cambiamento di scala della politica internazionale,  ha generato anche per l’Italia un aumento delle responsabilità politiche, economiche e militari nelle aree di interesse primario, Balcani e Mediterraneo in testa. Dall’altro lato ha fatto emergere una frattura tra il Nord ed il Sud europeo, e l’inclinazione di Germania, Francia e Regno Unito di escluderci.
A tale atteggiamento da parte dei tre Paesi europei ha anche contribuito l’insofferenza manifestata dall’Italia per le istituzioni comunitarie – si pensi al caso dell’immigrazione clandestina –  che ne hanno compromesso le pur buone ragioni di richiesta di sostegno.  Come gli altri Paesi occidentali, nel Mediterraneo anche l’Italia è stata sorpresa dalle rivolte nei Paesi arabi, cercando di esorcizzare la sorpresa dietro la retorica della democratizzazione ed il compiacimento per l’assenza, solo apparente, di simboli islamisti e slogan antioccidentali.
L’entrata in scena del governo Monti nell’ultima parte del 2011 ha favorito il ritorno della politica estera italiana ad una preferenza per l’operatività in seno alle istituzioni europee nonché all’assunzione e rispetto degli impegni presi, il che per il momento ha prodotto un aumento della credibilità del nostro Paese. Tuttavia il dialogo con il leader europeo, la Germania, non sarà, anche nel 2012, scevro di difficoltà. L’Italia, dopo aver accettato il nuovo trattato di disciplina fiscale voluto dalla Merkel, dovrà dimostrare di essere in grado di influire sul rafforzamento dei meccanismi di solidarietà europea, eurobond in primis, e sul completamento del mercato unico.
Alfonso Siano
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Commenti all'articolo
  1. Un ruolo imortante l’Italia potrà svolgerlo soprattutto a livello regionale, promuovendo e sostenendo una politica di sempre maggiore integrazione tra gli Stati europei. Vanno in questa direzione i contatti di questi giorni tra Monti e la Merkel.
    Questa speranza ci sostiene come cittadini europei. Se sono rose fioriranno.

  2. Si, davvero il momento storico e’ di grande fragilità. Tutte le istituzioni punto di riferimento del dopoguerra sono in crisi. Io tuttavia non vedo altre vie d’uscita per l’Italia se non in una maggior Integrazione europea, politica in primis ed economica. Ricordando la lady di ferro, che pero’ come e’ noto dava l’idea di sapere a malapena dove fosse l’Europa sul mappamondo, viene da dire TINA: there is no alternative.

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