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Opinioni e commenti
 

Torna uno spread “Berlusconiano”, di nuovo sopra i 400 punti
Pubblicato il 11-04-2012


Mentre tutti si concentrano sulle malefatte dei partiti e sullo spread tra politica e cittadini, il differenziale di rendimento che separa i titoli di Stato decennali italiani (Btp) e gli equivalenti tedeschi (Bund) ritorna quatto quatto sopra i 400 punti base. Per la precisione a 406, con un tasso al 5,69%, che rappresenta il massimo da metà febbraio. Il premier Mario Monti fa il globetrotter e promuove l’immagine dell’Italia in giro per il mondo? Va qui e lì a vantarsi delle magnifiche sorti e progressive del governo dei tecnici? Sì, ma intanto il sobrio commesso viaggiatore di Palazzo Chigi deve stare attento alla valigetta che si porta dietro, perché i clienti (gli investitori internazionali privati e sovrani) potrebbero non apprezzare un campionario di prodotti che nel giro di poche settimane i mercati stanno trasmutando nuovamente in patacche.

TORNA UNO SPREAD «BERLUSCONIANO» – Per carità, Monti e il suo esecutivo continuano a non somigliare per nulla a Berlusconi e al codazzo di nani e ballerine che popolavano Palazzo Chigi fino a metà novembre. Però fa una certa impressione vedere lo spread al livello dei picchi di settembre e ottobre 2011, quando il governo del Cavaliere iniziava ad affondare nelle sabbie mobili di manovre di emergenza malriuscite, Tremonti litigava con il resto dell’esecutivo e la Lega diceva no a qualunque intervento sulle pensioni. Certo, a onor del vero, poi arrivò novembre e lo spread superò addirittura i 570 punti, con un rendimento ben oltre quel 7% che era visto come una specie di soglia del non ritorno. E dunque apparve inevitabile scendere dal lettone di Putin e indossare il loden. Così come va ricordato che nel frattempo il quadro internazionale è cambiato radicalmente, con l’Europa che ha firmato un Patto fiscale tutto rigore e niente crescita, la Grecia che è fallita in modo controllato e abbastanza indolore per l’Eurozona e la Spagna che suscita nuove inquietudini per lo sforamento del deficit, il debito bancario e la disoccupazione galoppante.

ADDIO DECISIONISMO – Eppure non bastano a consolarsi i complimenti di questi mesi al governo da cancellerie e organismi internazionali. Così come non basta (pur avendo un suo peso) l’esiguo vantaggio (30 punti) riguadagnato dall’Italia nella sfigata gara con i Bonos spagnoli a chi è meno distante dalla locomotiva tedesca. No, decisamente no. C’è qualche ingranaggio che si è inceppato nell’orologio del governo dei professori. E i mercati se ne sono già accorti. Dov’è finito il decisionismo che aveva portato in dicembre alla «salva-Italia» con tanto di dolorosa riforma delle pensioni e stravolgimento di un sistema previdenziale che pure allora era in equilibrio nel medio termine? Già con il decreto liberalizzazioni il governo era parso rallentare e finire impigliato nelle reti di lobby e cricche. Morale? Il provvedimento era uscito annacquato dal suk parlamentare e Palazzo Chigi non aveva potuto far altro che promettere: «Ci ritorneremo». Le semplificazioni dal canto loro contengono norme anche importanti, ma che non possono certo dare una sferzata immediata all’economia. E peraltro si tratta di snellimenti che è difficile spiegare all’estero.

IL GOVERNO IMPASTOIATO – Quello che invece i mercati hanno subito capito è che il governo ha cercato un compromesso sulla riforma del mercato del lavoro, una mediazione che può pure avere nobili intenti, ma che rischia di venir spolpata in Parlamento. Monti ha fatto il duro sull’articolo 18 e poi è addivenuto a più miti e saggi consigli, salvo poi tentare di rassicurare maldestramente le imprese spiegando che difficilmente il giudice potrà reintegrare a seguito di licenziamento economico ingiustificato; alla fine, il messaggio che ne è uscito non è stato di massima linearità e chiarezza. E il Wall Street Journal ha corretto se stesso in modo tranchant: «Follia paragonare il premier italiano alla Thatcher». Al di là di questo però, il governo sembra aver perso via via la forte presa iniziale che aveva avuto sulle cose e sui problemi. A impastoiarsi nelle beghe tra lobby e tra partiti ci vuole un attimo. E l’esecutivo dei professori sembra esserci riuscito benissimo, complici anche gli errori marchiani di valutazione economica su alcune norme (vedi esodati e Imu) e certe dichiarazioni sparate in libertà da qualche zelante sottosegretario (Polillo o Catricalà, ma non solo).

I MEDIA CHE NON VEDONO – La cosa forse più grave è che Monti non è riuscito ancora a dare un messaggio deciso sulla crescita, mentre si attende di vedere se nel decreto fiscale entrerà un qualche fondo per redistribuire alle fasce deboli i surplus che derivano dalla stretta su tasse ed evasione. Lo spread del debito sovrano in fondo misura soprattutto l’affidabilità del Bel Paese, perché rappresenta la differenza tra il premio di rischio (rendimento) che l’Italia paga a chi compra il suo debito e quello sborsato dallo stato tedesco. Più affidabile sei come debitore e meno paghi di interesse a chi crede in te e rischia su di te, naturalmente. Adesso il differenziale del decennale è di nuovo sopra i 400 punti base, peggio che a settembre e ottobre. Eppure i media hanno gli occhi foderati di loden (il prosciutto non si addice ai professori) e l’allarme non è pari al panico seminato durante gli ultimi mesi dell’anno scorso. Mercoledì l’Italia offrirà i titoli a breve: un Bot a tre mesi e uno a un anno, per un ammontare di 11miliardi contro 8,25miliardi in scadenza. E poi anche i medio-lunghi con la riapertura del Btp triennale. La fase pre-asta potrebbe  in una certa misura spiegare le tensioni sui bond statali, ma la situazione si rasserenerà davvero soltanto se Monti ci metterà del suo. Il rigore non basta più, serve vera crescita e vera redistribuzione. Cari tecnici, ci vuole più attenzione ai problemi concreti della gente. Non bastano sapienza di cattedra e belle teorie per fare meglio di nani e ballerine.

Ulisse Spinnato Vega

 

 

 

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