domenica, 21 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Sul tuo posto di lavoro decide il giudice, arbitro del bene e del male
Pubblicato il 05-04-2012


Torna la possibilità del reintegro anche per i licenziamenti economici considerati illegittimi, decide il giudice e dunque la vittoria del Pd è compiuta. Il premier Mario Monti e il ministro del Welfare Elsa Fornero danno vita alla solita conferenza stampa fiume per presentare (finalmente) un articolato della riforma del mercato del lavoro frutto dell’intesa di maggioranza. E il capo del governo spiega che il provvedimento è volto a «ridurre la disoccupazione in modo permanente e favorire un mercato del lavoro più stabile ed equo». Poi Monti chiarisce che si aspetta una discussione approfondita ma spedita in Parlamento, visto che il testo ha già superato le forche caudine di ABC e fa notare che la riforma era già stata approvata dal Cdm «salvo intese», per cui ora è stata trasmessa al Quirinale per la controfirma prima dell’iter parlamentare.

CONTRASTO AL DUALISMO – Fornero invece avverte gli imprenditori: «L’alibi dell’articolo 18 è stato tolto. Non dicano più che non possono investire in Italia perché c’è l’articolo 18. Perché così finisce per essere scoperto anche il gioco». E spiega che l’obiettivo chiave della riforma «è quello di fare del contratto stabile la forma dominante. Vorremmo che nel giro di poco tempo la modalità tipica in cui si è occupati in questo Paese, sia quello di lavoro a tempo indeterminato. Questo contratto comincia con una fase che è chiamata apprendistato». Poi il ministro del Welfare, che si concede pure un lapsus (subito corretto) parlando di «decreto legge» al posto di «disegno di legge», racconta di un «dialogo sincero» anche se a volte «aspro» con le parti sociali e definisce il risultato «un guadagno netto per la collettività, soprattutto per le donne».  Fornero quindi riflette: attraverso una «modifica equilibrata dell’articolo 18», si è cercato di «non blindare più il lavoratore ad un singolo specifico posto di lavoro», combattendo il «dualismo» tra ipergarantiti e iperflessibili. E infine chiude togliendosi un sassolino dalla scarpa in risposta al segretario Uil Luigi Angeletti: «Saranno gli italiani a stabilire se merito il licenziamento per giusta causa».

I LICENZIAMENTI – Ma vediamo i punti salienti della riforma e le modifiche sostanziali rispetto alle linee guida circolate fino a pochi giorni fa. Intanto il capitolo delicato della flessibilità in uscita. In caso di licenziamento discriminatorio resta sempre il reintegro. In caso di licenziamento ingiustificato per motivi disciplinari (soggettivi) decide il giudice tra indennizzo e reintegro. Ma la novità è che anche in caso di licenziamento oggettivo (economico) il giudice deve prima verificare la fondatezza delle ragioni finanziarie addotte dal datore e se ravvisa che esse non esistono (Monti ha parlato di «manifesta insussistenza»), applica la disciplina dei licenziamenti discriminatori o disciplinari. Dunque può disporre il reintegro. E soprattutto, modifica fondamentale, l’onere della prova dovrebbe ricadere non più sul lavoratore, come invece prevedeva la prima bozza della riforma, ma sul datore (su questo però c’è un giallo per un presunto errore nel testo che circola in queste ore). In ogni caso viene potenziata la conciliazione pre-causa e l’indennizzo scende da una forbice di 15-27 a 12-24 mensilità, giusto per dare un contentino alle imprese. Viene infine prevista l’introduzione di un processo speciale abbreviato per le controversie in materia di licenziamento.

I CONTRATTI – Sul fronte dei contratti in entrata si punta sul valore formativo dell’apprendistato, collegando l’assunzione di nuovi apprendisti alla stabilizzazione avvenuta in precedenza e alzando il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati (da 1/1 a 3/2). Si collegano le nuove assunzioni alle stabilizzazioni avvenute in precedenza (30% nel periodo transitorio, 50% a regime). In più viene operata una stretta sui contratti a termine (che valgono per un massimo di 36 mesi) con un intervallo di 60 giorni tra un contratto e l’altro (ora sono 10) per un rapporto inferiore a sei mesi e di 90 giorni per una durata superiore. Novità anche per i cocopro: il concetto di progetto è definito in modo più stringente e limitato a mansioni non solo esecutive o ripetitive. Non sono permesse le clausole di recesso prima della fine del progetto. Se mancano questi requisiti, il contratto si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato. L’aliquota contributiva dei contratti a tempo sale di un punto l’anno fino a raggiungere nel 2018 il 33% per il lavoro dipendente e arriva fino al 24% per chi è iscritto a gestione separata e ad altre gestioni o pensionati. E’ stato lo stesso ministro Fornero a ribadire che le aziende devono pagare più cara la flessibilità. Torna infine la norma contro le dimissioni in bianco che tutela soprattutto il lavoro femminile (introdotta da Damiano e tolta poi dal governo Berlusconi), viene introdotto il congedo di paternità obbligatorio (ma solo tre giorni) e si approva il regolamento che disciplina le quote rosa nelle società controllate dalle pubbliche amministrazioni.

GLI AMMORTIZZATORI – E veniamo al capitolo degli ammortizzatori, che vengono completamente ridisegnati. La nuova Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) è destinata a sostituire a regime, nel 2017, l’indennità di mobilità e le varie indennità di disoccupazione (sparirà la cig straordinaria nel senso in cui la conosciamo oggi e resterà la cassa per ristrutturazione). Ne potranno usufruire, oltre ai lavoratori dipendenti, anche gli apprendisti e gli artisti purché possano contare su due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio. L’Aspi sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia per un tetto massimo di 1.119 euro lordi al mese. Inoltre è prevista una fase transitoria per il passaggio del periodo dagli otto mesi attuali (12 per gli over 50) ai 12 dell’Aspi (18 per gli over 55). Prevista anche una mini-Aspi a requisiti ridotti che andrà ai precari che hanno lavorato un minimo di 13 settimane in un anno (rivolta soprattutto ai giovani). In totale quest’ammortizzatore dovrebbe coprire 12milioni di lavoratori contro i 4milioni coperti oggi dalla mobilità. La contribuzione è estesa a tutti coloro che rientrino nell’ambito di applicazione dell’indennità. L’aliquota è pari a quella attuale per i lavoratori a tempo indeterminato (1,3%) ma sarà appesantita di un ulteriore 1,4% (2,7% totale) per i lavoratori a termine (da restituire in caso di stabilizzazione del contratto). E il sistema andrà a regime nel 2013. Il datore di lavoro, all’atto del licenziamento, deve inoltre versare all’Inps mezza mensilità ogni 12 mensilità di anzianità aziendale negli ultimi tre anni (in vigore dal 2013). La Cigs comunque viene estesa a regime per le imprese del commercio tra i 50 e i 200 dipendenti, le agenzie di viaggio sopra i 50 e le imprese di vigilanza sopra i 15. Sono poi possibili accordi per esodi di lavoratori anziani (che raggiungano la pensione nei quattro anni successivi al licenziamento) e la loro tutela con una indennità (fondo di solidarietà) a carico dei datori di lavoro in attesa dell’accesso alla pensione. Infine, va detto che anche per il pubblico impiego ci sarà una riforma. Il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha chiesto tempo per consultare i sindacati, dopodiché dovrebbe inserire nella riforma una mini-delega durante l’iter parlamentare.

LE POSIZIONI – La reazione di soddisfazione del Pd era inevitabile. Pier Luigi Bersani ha parlato di passo avanti positivo e, giusto per non restare scoperto a sinistra, ha chiesto pure alla Cgil di prenderne atto. I sindacati però ancora frenano. «Abbiamo pareggiato fuori casa», ironizza il leader Uil Angeletti. Il segretario Cisl Raffaele Bonanni ha parlato di soluzione «ragionevole». E la leader Cgil Susanna Camusso ha preso tempo: «Ci riserviamo di dire cosa ne pensiamo quando abbiamo un testo». Per le quattro associazioni datoriali, che non nascondono una certa delusione, «queste maggiori rigidità trovavano un logico bilanciamento nella nuova disciplina delle flessibilità in uscita, ma le modifiche vanificano il difficile equilibrio raggiunto e rischiano di determinare, nel loro complesso, un arretramento piuttosto che un miglioramento del nostro mercato del lavoro e delle condizioni di competitività delle imprese, rendendo più difficili le assunzioni». Il Pdl invece si consola e cerca di mostrare che non esce sconfitto dalla trattativa, rivendicando un allentamento della stretta in relazione a contratti flessibili e false partite Iva. «Sull’articolo 18 – dice il segretario Angelino Alfano – c’è stato un peggioramento rispetto all’intesa precedente, ma abbiamo ottenuto una maggiore flessibilità in entrata».
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