lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Giovanni Impastato: «Sulla mafia scomparso il giornalismo di militanza»
Pubblicato il 10-05-2012


Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 a Cinisi veniva ucciso Peppino Impastato, il corpo abbandonato sui binari di una ferrovia adagiato su un letto di tritolo. La mattina seguente, a Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. Avanti!online ricorda le due scomparse intervistando il fratello di Peppino, Giovanni Impastato, cercando di ritrovare l’eredità della lotta contro la mafia, quella che Peppino combatteva in prima linea e in maniera decisa e creativa, nei nostri giorni. E il coraggio di quelli come Peppino rischia di tradursi in rassegnazione perché sono molte le cose che continuano a non cambiare. E il fratello racconta ciò che farebbe Peppino che era un «coraggioso figlio del suo tempo» ma il cui ricordo, per noi, è significativo e immortale.

Trentaquattro anni dopo la morte di suo fratello, quanto è cambiata l’Italia?

Molto, si sono fatti passi avanti importanti ma c’è ancora tanto da fare: mafia, corruzione e altre facce oscure del Paese non sono state ancora debellate. Per fortuna c’è anche un’Italia che vuole cambiare, che ha in sé numerose realtà che continuano a lottare e lo fanno fino in fondo. Ma c’è una cosa davvero importante da ricordare: non bisogna mai entrare nella spirale della rassegnazione.

Cosa rimpiange di quel periodo e cosa preferirebbe non si ripetesse?

Rimpiango l’impegno, la militanza e la coerenza di tante persone che si spendevano per la lotta contro la mafia e in maniera spesso diversa. Rimpiango le lotte studentesche e operaie e rimpiango Peppino, coraggioso figlio del suo tempo.

Come le piace ricordare suo fratello?

Come tutti lo ricordano, con le cose che 40 anni fa amava fare, con le iniziative che portava avanti che, a guardarle ora, sono di un’attualità senza tempo, perché Peppino era creativo, poetico e micidiale allo stesso tempo. Era un’artista e la sua attività culturale è stata uno strumento importante per contrastare la mafia.

Cosa direbbe Peppino ai giovani di Radio Siani (emittente intitolata al giornalista del Mattino assassinato dalla camorra) che di recente si sono ritrovati a fronteggiare le intimidazioni di un pregiudicato?

Di sicuro direbbe di resistere e di non rassegnarsi, perché è importante in un contesto come quello del mondo della comunicazione non arrendersi. Peppino userebbe internet, lo sfrutterebbe nel modo più giusto, avendo la possibilità di diffondere le proprie idee ai giovani in maniera più diretta.

Secondo Lei i media oggi fanno abbastanza?

Nutro un grande rispetto per il lavoro che svolgono i giornalisti, ma penso che potrebbero fare di più. Quello che è veramente scomparso è il vero giornalismo di militanza. L’informazione dovrebbe contribuire alla formazione anitmafiosa dei cittadini, senza fermarsi alla ricerca della notizia.

Saviano, osannato per il suo impegno contro la camorra, è un eroe vero o ha subito nel tempo le logiche di marketing?

Chiaramente dietro Saviano c’è stato un forte impatto mediatico, ma c’è anche da riconoscere che ha fatto cose apprezzabili, ha contribuito a diffondere una cultura antimafiosa. Non si deve sminuire il suo impegno, ma di certo dovrebbe evitare di rimanere nell’ambito dei fenomeni mediatici.

È azzardato supporre che il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nello stesso giorno della morte di suo fratello sia stata strumentalizzata per coprire un ennesimo scandalo italiano?

Non credo ci siano legami, l’unica cosa che posso pensare è che, dal momento che in quel periodo l’esito del sequestro Moro si respirava nell’aria, la mafia aveva capito abbastanza da approfittarne per far passare il delitto di Peppino come attentato terroristico. E in quel periodo non era difficile far passare un militante per un terrorista. La concomitanza degli eventi è stata una coincidenza provvidenziale per la mafia.

Vittoria de Petra

 

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