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Opinioni e commenti
 

Il ‘metodo della Bossi Family’ e quella ‘paghetta’ di 5mila euro al mese
Pubblicato il 17-05-2012


 

Un vecchio motto recita: I panni sporchi si lavano in famiglia. E la Bossi family sembra averlo preso alla lettera. Sventura vuole che la famiglia allargata con a capo il Senatur sia alquanto sui generis, vada controcorrente, sia talmente figlia del suo tempo da fare dell’appropriazione indebita di denaro pubblico, giunto nelle casse del partito sotto forma di rimborsi elettorali, la sua cifra distintiva, il suo “metodo”. L’ultimo scossone che sta minando la già precaria stabilità del Carroccio è arrivato nella giornata di ieri. Umberto Bossi è indagato per truffa ai danni dello Stato nell’inchiesta sull’uso dei rimborsi elettorali della Lega.

I Pm Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano di Milano gli hanno notificato un’informazione di garanzia nella sede del Carroccio in via Bellerio. Con il Senatur sono indagati anche i figli Riccardo e Renzo accusati di appropriazione indebita, e il senatore Piergiorgio Stiffoni per il quale l’accusa è di peculato in relazione all’uso dei fondi del Carroccio al Senato. Indagato anche l’imprenditore Paolo Scala per riciclaggio. A parlarne sono stati sia Francesco Belsito che Nadia Dagrada.

IL ‘METODO BOSSI FAMILY’ – Se sulle prime l’indagine può apparire complessa e dagli sviluppi imprevisti, a ben vedere i magistrati sembrano avere le idee chiare circa il “metodo Bossi family”. A via Bellerio e dintorni le cose funzionavano così: i giovani Riccardo e Renzo, chiedevano all’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito di pagare i loro conti personali con i fondi del movimento. La “paghetta” mensile non era certo da tutti: 5mila euro al mese. Sarebbe stato il quantum per le spese di tutti i giorni che i due figli di Bossi avrebbero ricevuto dall’ex tesoriere. Belsito, secondo gli inquirenti, informava Bossi di queste uscite dalle casse della Lega.

UN AMMANCO DI 18MILIONI DI EURO – Il Senatur, come hanno riferito ai pm la responsabile amministrativa della Lega Nadia Dagrada e lo stesso Belsito, era quindi a conoscenza delle spese del partito. Proprio per questo è stata ipotizzata per il leader leghista l’accusa di truffa ai danni dello Stato. Della truffa, da 18 milioni di euro, risponde in concorso anche l’ex tesoriere Francesco Belsito. Una truffa e cifre da capogiro: 18 milioni di euro è infatti la cifra che il partito ha incassato presentando, secondo l’accusa, un rendiconto infedele nell’agosto 2011 per avere i rimborsi elettorali relativi all’anno 2010.

IL TROTA E’ AL SOLE DEL MAROCCO – Mentre all’ex segretario della Lega l’avviso di garanzia è stato notificato nella sede del partito in via Bellerio, Renzo Bossi meglio noto come il Trota, indagato insieme al fratello Riccardo per appropriazione indebita, è in vacanza al sole del Marocco. Lidi sicuramente più caldi di quelli italiani verso i quali Bossi Jr è partito martedì insieme alla fidanzata, all’ex assessore lombardo Monica Rizzi e al compagno di quest’ultima.

TALI FIGLI TALE PADRE? – Tali figli tale padre? No, anche perché nei confronti del Senatur, a differenza dei suoi due figli, non c’è alcuna contestazione che riguarda presunte spese personali. Sono inoltre indagati per peculato il senatore del Carroccio Piergiorgio Stiffoni, finito nel mirino dei magistrati per alcune movimentazioni di denaro ritenute sospette, e l’imprenditore Paolo Scala, per riciclaggio.

LA MOGLIE DI BOSSI – Il “metodo Bossi family” per il momento non sembra aver coinvolto né la moglie Emanuela Marrone, al momento non indagata ma la cui posizione è al vaglio degli inquirenti insieme a quella di Rosi Mauro, anche lei non iscritta nel registro degli indagati. Gli inquirenti si stanno occupando dell’affaire Sinpa e scuola Bosina e ovviamente sulle «uscite» effettuate a favore delle due strutture della Lega. In una telefonata intercettata, ora agli atti dell’inchiesta, gli interlocutori fanno riferimento ad una somma di 300mila euro «parcheggiata» in contanti per la scuola.

LA TESTIMONE CHIAVE: «ERA LUI CHE FIRMAVA» – «Umberto Bossi firmava i rendiconti del partito». È quanto avrebbe riferito ai pm di Milano la responsabile amministrativa di via Bellerio, Nadia Dagrada. Le dichiarazioni della dirigente sarebbero uno dei pilastri su cui si fonda l’accusa di truffa ai danni dello Stato a carico del Senatur. «Bossi risponde come segretario federale che redige i conti – ha dichiarato il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati – e abbiamo elementi utili per dire che c’è sotto una sua consapevolezza».

IL PROCURATORE: «E’ ATTO DI GARANZIA» – Il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e il pm Paolo Filippini hanno spiegato che l’iscrizione nel registro degli indagati di Umberto Bossi con l’accusa di truffa ai danni dello Stato è «un atto di garanzia che dovrà comportare degli approfondimenti».

LE REAZIONI IN VIA BELLERIO – Nella Lega la bufera è al suo apice. E proprio per questo dalle fila serrate della Lega sono arrivati attestati di stima per lo storico leader ma anche sconcerto. Roberto Calderoli ha detto: «Da Bossi ho visto dare alla Lega tutta la sua intelligenza, tutte quelle che erano le sue risorse, anche economiche, tutte le sue energie, al punto di essere arrivato ad un passo dalla morte, e nulla potrà modificare la stima e l’affetto che provo per lui». Diametralmente opposto il commento del prosindaco di Treviso Gentilini: «Questi personaggi, che hanno tradito milioni di leghisti, vanno fucilati alla schiena, politicamente s’intende, per alto tradimento. Si tratta di un colpo mortale per la Lega Nord – avverte Gentilini – Per la vecchia Lega, quella appunto dei Bossi, non certo per quella nuova che vogliamo costruire insieme a Maroni e Zaia».

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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