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Opinioni e commenti
 

La festa dei lavoratori: da Portella della Ginestra fino a piazza San Giovanni
Pubblicato il 01-05-2012


Sono in duemila a festeggiare nella vallata che porta da Piana degli Albanesi a San Cipirello, vicino Palermo. In prevalenza contadini. Quei contadini che, con la loro mobilitazione, si sono battuti con forza contro il vetusto retaggio del latifondismo e che insieme hanno portato il Blocco del popolo, la federazione della sinistra che correva allora per le regionali, verso la vittoria. È il primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Canti e discorsi accorati sanciscono non soltanto la festa dei lavoratori ma anche e soprattutto una vittoria importante per la sinistra italiana, che riesce ad affossare la Democrazia Cristiana e a sfiorare un impensabile 30% nelle elezioni per la Costituente.

Festeggiano i lavoratori, fieri della prima vittoria dopo tanti anni, e non sentono le prime raffiche di mitra. Cadono in undici, 9 adulti e 2 bambini, mentre dalle colline circostanti emergono piccoli gruppi di sgherri armati che fanno fuoco indiscriminatamente sulla folla. Il bilancio finale è di 11 morti e un numero di feriti che, a seconda delle fonti, varia dai 27 ai 60. Qualche tempo prima della strage, alla fine di un comizio, Salvatore Celeste, capomafia a San Cipirello, aveva gridato alto e forte: «Tanto sangue sarà sparso. Chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre».

INTERESSI DOMINANTI – L’anima della Sicilia in quel momento si frattura. È divisa tra chi chiude la serranda in silenzio e chi invece sceglie di lottare, in una linea storica che idealmente parte da Mario Mineo e arriva, passando per Peppino Impastato, a Falcone e Borsellino. Quella del primo maggio del 1947 non è però tanto una storia di mafia, non solo. Le cosche in questo caso risultano piuttosto uno strumento, un attore passivo che fortuitamente vede coincidere i suoi interessi locali con quelli di chi invece, più in alto, ha deciso che il nostro Paese non deve schierarsi ideologicamente: la Guerra Fredda è infatti alle porte e una predominanza della sinistra nella Costituente italiana non fa comodo a nessuno.

L’insofferenza di Stato è tanto evidente che le inchieste giudiziarie degli anni successivi si concentrano tutte su piste assai fumose, tralasciando accuratamente di occuparsi di quanti tra conservatori, capimafia e proprietari terrieri siciliani avevano interesse a che quel raduno a Portella della Ginestra proprio non si facesse. Sarà poi Salvatore Giuliano, il noto “bandito” isolano, a rivendicare la finalità politica della strage, ma verrà subito smentito dall’allora ministro degli Interni Mario Scelba. L’anno successivo, Giuliano verrà assassinato da uno dei suoi luogotenenti, Gaspare Pisciotta, il quale verrà a sua volta avvelenato in carcere quattro anni dopo. In guerra questa viene definita “strategia del contenimento”; all’epoca, furono chiamate tutte “coincidenze”.

IL PRIMO MAGGIO ADESSO – La storia del primo maggio del 1947 è una favola macabra di sogni spezzati per favorire equilibri sottili, una storia di poteri che colludono per soffocare le lotte di quanti in quegli anni si erano battuti anche contro il fascismo, che quella festa aveva voluto depennarla dalla storia. Di quanti, soprattutto, hanno lottato per ottenere una vita dignitosa per sé e per i propri cari. È una storia che con la strage di Portella cambia forma, e da speranza per il futuro si trasforma in oceano di ricordi doverosi e omaggi obbligati. I manifestanti di Portella andavano con il pensiero ai primi giorni di maggio del 1886, quando la manifestazione operaia di Haymarket, a Chicago, veniva soffocata nel sangue. Al primo maggio del 1889, quando i socialisti della Seconda Internazionale a Parigi riuscivano finalmente, dopo anni di battaglie, ad ufficializzare la festività.

Al primo maggio del 1890, quando gli operai della penisola si riunivano insieme per festeggiare per la prima volta anche in Italia. Al primo maggio dei “moti per il pane” e ai morti di Milano. I contadini di Portella non hanno dimenticato la storia, e noi oggi non dobbiamo dimenticare loro. Non dovremo scordare, quando la musica di piazza San Giovanni a Roma si farà più intensa, che il pavimento su cui poggia oggi il nostro stato sociale non è fatto di piastrelle ma di idee e di conquiste. E che al posto della calce spesso, purtroppo, c’è stato il sangue.

Raffaele d’Ettorre

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