domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Evasione e spot televisivi
Pubblicato il 17-05-2012


L’attuale governo ha messo in atto, oltre al rafforzamento dei controlli, una campagna pubblicitaria nell’intento di sensibilizzare gli italiani ad un maggior senso civico, in ossequio a quanto prevede la nostra Costituzione sul dovere-obbligo di contribuire alle spese dello Stato secondo le reali capacità reddituali di ciascun cittadino. In questi spot l’evasore viene paragonato ad un parassita o tumore della società da combattere con ogni mezzo. Vista l’enormità e l’importanza del problema ci si chiede: ma chi sono e quanti sono gli evasori su scala nazionale? Appare ormai assodato che si tratta di un numero assai elevato dal momento che è stato determinato, non so con quali elementi di calcolo, che la quota di economia sommersa rappresenta il 17 % del PIL; quindi si tratterebbe di materia imponibile  per importi grosso modo valutabili fra i 250 ed i 300 miliardi di euro.

Tenendo presente l’indice medio della pressione fiscale, ne deriva che i mancati introiti per lo Stato dovrebbero aggirarsi – Iva inclusa – a circa 130/150 miliardi di euro. Si tratta di una cifra enorme che non può essere formata da un numero limitato di evasori. Per mettere insieme tale importo occorre pensare ad una sistematica elusione delle imposte da parte di un numero elevato di cittadini, con esclusione dei soggetti a reddito fisso quali i dipendenti e i pensionati; in pratica tutto il popolo delle partite Iva che comprende gli artigiani, le imprese, tutti i professionisti nonché le società o enti fornitori di servizi. Ogni soggetto si organizza per evadere in modi diversi: il commerciante non batte lo scontrino; il ristoratore non rilascia le ricevute fiscali; l’artigiano “sconta” l’imposta Iva; il professionista che assiste il privato propone uno sconto sull’onorario oltre alla non applicazione dell’imposta Iva; lo studio medico specialistico, che non ha problemi d’Iva, sconta l’onorario per un importo pari al recupero fiscale (19%) che il paziente otterrebbe portando in detrazione la spesa medica nella dichiarazione dei redditi.

Ci sono poi le medie e grandi aziende che ricorrono a metodi assai più sofisticati e costosi creando società fittizie o società esterovestite, con la funzione di drenare l’utile e quindi l’imponibile in Italia. In realtà la casistica è assai più numerosa e tale da consentire la stesura di un ampio trattato in materia. Per quanto avanti riferito è mai possibile che questa “propensione” da parte di ogni italiano a percorrere l’evasione, disponibilità dichiarata anche da coloro che non la possono praticare per la tipologia del loro reddito, si possa giustificare solo e soltanto facendo riferimento alla mancanza di senso del dovere verso lo Stato? In realtà per comprendere appieno l’evasione occorre prendere in considerazione anche altri fattori che attengono propriamente alla stessa azienda e alla famiglia dell’imprenditore.

Si vedrà così che questa vasta e indistinta massa di evasori comprende di tutto: dal piccolissimo imprenditore o commerciante che deve consentire la sopravvivenza dell’azienda e far fronte al fabbisogno della famiglia, alle grandi imprese che devono consentire, comunque, ai loro titolari di continuare ad avere elevati tenori di vita. Il richiamo al senso del dovere è certamente una cosa giusta e avrà maggior efficacia se entrerà come materia di educazione nelle scuole, a partire dai primi anni. Tuttavia il risultato di una simile campagna potrà avere una certa efficacia se chi chiede maggior rigore, e cioè lo Stato, dà per primo l’esempio. E qui apriti o cielo! Non mi pare che lo Stato, diciamo in questi ultimi decenni, si sia comportato in modo da vantare efficienza gestionale, mancanza di sprechi, assenza di corruzione, fornitura di servizi assistenziali, sociali e scolastici di livello adeguato.

Se il piccolo contribuente deve pagare le imposte e poi anche i servizi che lo Stato avrebbe dovuto assicurare grazie alle entrate tributarie, direi che il conto non torna e fa perdere di autorevolezza la sua figura di “censore”. Esiste poi un altro forte elemento di “perturbazione” che influenza non poco il comportamento di molti contribuenti. In questi lunghi periodi di crisi la riduzione della domanda di beni e servizi e quindi di ricavi per l’azienda, associata alla non comprimibilità di alcuni costi, riduce notevolmente il margine lordo di guadagno, specialmente nelle piccole aziende. La struttura economica del Paese è fatta per la maggior parte da piccole e piccolissime aziende, in gran parte a conduzione familiare, che vengono a trovarsi di fronte a tre problematiche: far sopravvivere l’azienda, sostenere il fabbisogno della famiglia, e adempiere alla obbligazione tributaria. Se il reddito dell’esercizio non è sufficiente per tutti e tre queste necessità certamente viene sacrificata l’obbligazione tributaria, pur sapendo il rischio a cui si va in contro.

In tutti questi casi non c’è una cattiva educazione a non pagare i tributi, ma la necessità di sopravvivere. In conclusione, nessuno può negare la presenza di una grande evasione tributaria ma comprendere che non sempre è frutto solo di un comportamento da cattivo cittadino. Per esempio, dire al lavoratore precario che porta a casa molto meno di mille euro al mese, che non ha prospettive sia con riferimento alla vita lavorativa che alla vecchiaia, che pagare il canone Rai è un dovere da buon cittadino in quanto tributo come gli altri, mi sembra del tutto eccessivo vista la gestione, la qualità e le vicende squallide di ieri e di oggi che hanno caratterizzato questo Ente.

Non si può che concludere riconoscendo che il governo Monti qualcosa sta facendo per riaccreditare la figura dello Stato presso i cittadini; ma deve fare di più. Soprattutto la sua azione deve essere maggiormente improntata al criterio dell’equità nei sacrifici richiesti ai cittadini, perché se è vero che l’evasione è generalizzata è pur vero che essa è strutturata, oggi più che mai, come è ripartita la società italiana con moltissime piccole imprese in grande difficoltà economica e finanziaria, che il sistema bancario non sta per nulla aiutando, in contrapposizione ad una categoria di soggetti che beneficiano di elevate rendite patrimoniali e finanziarie, appena sfiorate dal fisco.

Sergio Zanetti

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